Gli elenchi delle piu’ grandi aziende albanesi sono pieni di aziende concessionarie dello stato, spesso straniere, ma i principali attori albanesi in classifica sono i grandi importatori, in particolare di petrolio, di derrate alimentari, di elettrodomestici e poco altro.
I grandi importatori sono quelli che hanno cominciato il business nei primi anni turbolenti della democrazia, quando il paese non aveva niente da consumare, ma c’erano piu’ soldi che merci, e i fattori strategici di successo erano:
- l’accesso ai fornitori (un visto e delle conoscenze all’estero),
- un capitale minimo per pagare un camion di merce (spesso preso ad usura a tassi altissimi),
- la capacita’ di attraversare le dogane pagando poco (poco alla dogana e poco al doganiere),
- la capacita’ di non farsi escludere in modo violento da altri concorrenti parimenti attrezzati.
Molto spesso le due ultime caratteristiche erano garantite da metodi violenti o perlomeno illeciti, mentre le prime due erano garantite dalla spregiudicatezza e, spesso, da precedenti esperienze nel commercio estero, nel trasporto internazionale, o nelle ambasciate.
Quale che sia stato il livello etico o morale, molti di questi commercianti hanno potuto costituire un capitale circolante notevole e il loro modello di business si rivelava molto adatto all’ambiente che loro stessi avevano contribuito a determinare. Se il mercato richiedeva, loro importavano e vendevano, se il mercato languiva, loro stavano fermi. In un caso e nell’altro cercavano esclusive all’estero e imponevano, con metodi poco confessabili, esclusive all’interno.
Con il passare degli anni alcuni di questi campioni del capitalismo selvaggio, spesso per evitare i dazi doganali, hanno cominciato ad investire in qualcosa di produttivo, ma piu’ spesso hanno privilegiato le situazioni monopolistiche e quelle concessionarie, o in modo piu’ semplice, l’immobiliare o la costruzione, ma sempre con i soldi degli altri.
Il loro potere e’ andato crescendo, e dal piazzale della dogana hanno cominciato a salire le scale del potere, sempre per garantirsi quei fattori che avevano dato loro il successo, e oggi sono ormai arrivati alle attivita’ di lobby in parlamento.
Negli ultimi anni abbiamo visto operazioni sempre piu’ azzardate, come la riduzione dell’accisa sulle bevande energetiche, l’abbassamento dei requisiti proteici delle farine, l’eliminazione dei dazi sull’abbigliamento anche di origine extra UE, per finire con la recente riduzione dell’accisa solo sulla birra di importazione.
Ma guardando con attenzione dietro le quinte si intravvedono ben altre operazioni tese ad ostacolare lo sviluppo di un settore produttivo locale che potesse minacciare il loro mercato.
Nel frattempo gli importatori che non si inguaiavano in costruzioni a debito diventavano ricchi, e in quanto ricchi avevano fascino sugli uomini di governo, e cosi’ sono diventati anche concessionari, avendo a disposizione capitali e credibilita’ per realizzare investimenti consistenti.
Il vero guaio per l’economia e la politica albanese e’ che questi signori hanno sempre avuto una posizione parassita dell’economia, vendendo a caro prezzo sul mercato interno merce mediamente scarsa acquistata con valuta buona, gravando su una bilancia commerciale in fortissimo passivo e di fatto impedendo lo sviluppo di una produzione locale quasi sempre non competitiva a causa di un mercato gia’ troppo piccolo, ingombrato dalle importazioni sospinte dai paesi della UE, e zavorrato da tante criticita’.
Un paese con la bilanca commerciale in passivo per quasi un quarto del GDP (oltre due milirdi di euro all’anno), anche se gli accordi con la UE gli impediscono di aumentare le tasse di importazione, deve trovare un modo per disincentivare l’importazione di beni, oppure deve trovare il modo di incentivare un riequilibrio della sua bilancia commerciale.
Una limitazione delle importazioni si puo’ realizzare, ad esempio, con dei certificati emessi dalla dogana per ogni quantitativo esportato e regolarmente pagato, in modo che questi certificati vengano richiesti e annullati sempre dalla dogana in sede di importazione di merci, con una certa proporzione al valore importato. In questo caso l’esportatore potrebbe vendere i certificati ottenuti su un mercato secondario dove gli importatori si rifornirebbero per poter effettuare le loro importazioni, mentre lo stato potrebbe emettere il quantitativo di certificati mancante fino a determinare la quota di deficit commerciale desiderata, vendendoli sul mercato secondario lucrando un incasso notevole.
Il costo di questa situazione andrebbe a disincentivare le importazioni, evidentemente distribuendo i suoi effetti principalmente sulle merci sostituibili dalla produzione interna, e a incentivare le esportazioni, oggi ingiustamente penalizzate dai meccanismi dei rimborsi della TVSH. Inoltre, data la peculiarita’ dei businessmen albanesi, molti grandi importatori finirebbero per orientare i loro investimenti su attivita’ export oriented, mettendo a frutto relazioni e competenze oggi non utilizzate, basti pensare ai grandi importatori di derrate alimentari, a quali contatti dispongano per poter facilitare il collocamento della produzione agricola sui loro mercati di approvvigionamento, oppure alle catene di distribuzione organizzata che potrebbero collocare ortaggi alle loro casemadri.
