L’economia non e’ una scienza esatta, anzi e’ una branca delle scienze sociali che e’ fatta dalla combinazione dei dati (i fatti) e delle aspettative (le speranze), i primi si possono cambiare solo con il denaro e il lavoro, le seconde si possono cambiare anche con la demagogia e la propaganda ma, a differenza dei primi, la demagogia e la propaganda, usate in dosi eccessive o da soggetti non piu’ credibili, perdono la loro efficacia, anzi producono un effetto opposto.
Un paese come l’Albania, per raggiungere gli obiettivi di politica economica annunciati dal governo Rama, ha bisogno di almeno 1 - 1,5 miliardi di euro di investimenti diretti esteri ogni anno, facendo una media tra quelli piccoli, ma quasi immediatamente produttivi, e quelli infrastrutturali con un ritorno calcolabile solo nel lungo periodo. Si tratta di 3 fino a 4 milioni di euro al giorno, ogni giorno.
E’ evidente che se un ministro deve occuparsi ogni giorno di un investimento da 5 milioni, bisogna che tutto il resto del lavoro lo faccia la sua amministrazione, e comunque, dove trovare tanta gente con i soldi pronti da investire in Albania?
Allora gli scaltri, ma pigri, strateghi governativi puntano sui progetti colossali, quelli da un miliardo di euro, come i grandi schemi idroelettrici, i colossali villaggi turistici sulla costa, nuovi aeroporti, la ferrovia con il Kosovo, l’autostrada della costa, e via dicendo, il catalogo dei sogni e’ assai lungo. Ci sono pero’ alcuni problemi: chi mette i soldi, chi comprera’ il servizio prodotto, con quali soldi?
Per convincere organismi finanziari capaci di muovere cifre molto importanti non basta la chiacchierata con il ministro che dice “garantisco io”, non bastano quattro foglietti redatti alla meglio dal cugino ben remunerato, e soprattutto non servono leggi sugli investimenti strategici basate sull’assurdo principio che se spendi molto, sei molto garantito. Insomma il modello della propaganda per attrarre e ingannare l’investitore, che quando scopre l’inganno e’ ormai prigioniero del suo investimento gia’ effettuato, non funziona piu’, perche’ c’e’ una storia negativa che non puo’ piu’ essere smentita con pretesti politici, o dicendo che erano “gli altri, quelli di prima”, perche’ “prima ancora” c’erano gli stessi di oggi, con le vicende note a tutti.
Per convincere i grandi investitori serve una credibilita’ vera, basata su una storia positiva del paese e delle persone, su programmi di sviluppo chiari e ragionevoli, su comportamenti corretti fino al minimo dettaglio, su dati veri e verificabili, e infine su impegni presi e realmente mantenuti.
Questo e’ quello che sta succedendo al governo socialista e’ che ha pensato di poter muovere il sistema economico solo creando aspettative, usando la propaganda, e negando l’esistenza di effetti opposti causati dalle proprie politiche scellerate, prima tra tutte l’intervento assolutamente ideologico sul sistema fiscale, poi seguita da una doppiamente (sia per gli effetti diretti, inesistenti, che per quelli indiretti, devastanti) fallimentare azione contro l’informalita’, mentre in contemporanea, con il pretesto di potenziare l’azione dello stato, si scardinava una piattaforma fiscale collaudata da anni (e accettata e apprezzata dal business, anche da quello internazionale) e si procedeva all’instaurazione di molteplici “regimi fiscali privati e indipendenti” (almeno uno per ministero) con il risultato di rendere la vita difficile a tutti gli operatori economici non privilegiati e conseguentemente di far crollare le aspettative di tutti gli altri.
Una volta fatto il disastro promesso in campagna elettorale, il governo Rama ha ostentatamente negato ogni effetto negativo, sia della nuova politica fiscale, che di altri provvedimenti “a inganno” come la modifica delle tariffe elettriche, spacciata come una riduzione, e verificata dai piu’ (in particolare dalle poche aziende dedite alla produzione di beni) come un forte aumento del costo dell’energia elettrica (che rimane uno dei principali fattori produttivi in ogni modello di business produttivo).
Per la verita’, nei primi mesi di governo, Rama ha continuato ad incassare i frutti delle politiche precedenti, permettendosi di andare in giro per il mondo a cercare di attrarre investimenti, continuando a sostenere il vecchio (anche se usurato) refrain di Berisha che l’Albania era il paese con le tasse piu’ basse della regione.
In questo modo il governo e’ riuscito ad attrarre molte delegazioni d’affari, ma gli imprenditori veri lavorano facendo i conti, e i conti in Albania non tornano: l’Albania e’ oggi il paese con la tassazione piu’ elevata della regione, e spesso con gli altri costi occupa le prime posizioni, mantenendo esclusivamente un vantaggio logistico e linguistico, principalmente solo per gli italiani.
Per di piu’ ai costi gia’ nominalmente elevati per i fattori produttivi principali, si aggiunge l’aggravio di costi generato da una burocrazia volutamente incompetente ed estorsiva, che, in nome della lotta alla corruzione e dell’applicazione della legge, rende difficile (e assai oneroso) lo svolgimento delle pratiche piu’ semplici: dal pagare le tasse, al realizzare un allacciamento elettrico, al fronteggiare multe assurde per diritti d’autore sui software preinstallati (abusivamente) dai dealer albanesi di computer, a pratiche vessatorie per ottenere il rimborso della TVSH per gli esportatori (nonostante le ripetute dichiarazioni di intenti governative in proposito), per arrivare ai numerosi fermi di polizia (anche di imprenditori stranieri, o di loro stretti collaboratori) per futili motivi, come un contatore elettrico con i sigilli dichiarati manomessi, o un registratore di cassa mal funzionante, o uno scontrino non emesso, un bicchiere di troppo al ristorante, un’amante “sponsorizzata”, o pezzi di campionario “contrabbandati” in valigia, o un bonifico non documentato o altre situazioni similmente risibili, con gli inevitabili successivi “riti bizantini” di avvocati, poliziotti, procuratori e giudici.
Infine il costo dell’incapacita’ (per non dire altro) della pubblica amministrazione (o degli incaricati di pubblico servizio, come le banche per finalita’ antiriciclaggio) che ti chiede sempre qualche certificato in piu’, che normalmente non dipende da quell’ufficio, ma che non puoi ottenere perche’ sei “sotto scopa” da un altro ufficio inadempiente: se hai affittato un ufficio non accatastato non puoi fare il contratto, se non hai pagato la multa non puoi uscire dalla frontiera con l’auto, se non porti le fatture pagate dell’energia elettrica non puoi prendere un altro certificato che ti serve per ottenerne un altro ancora, insomma tutti si occupano delle cose degli altri e nessuno si occupa della sua.
In questo clima, e con questo logorio psicologico, e’ evidente che ogni piccolo o medio imprenditore, albanese o straniero che sia, riduce le sue aspirazioni e i suoi progetti, e infine le sue attivita’ al minimo necessario, eliminando le attivita’ non centrali al suo business, cestinando o congelando gli altri progetti che aveva nel cassetto, rifugiandosi in una strategia di pura sopravvivenza. E i nuovi investitori esteri non ci cascano piu’, che hanno sempre almeno un amico albanese che prima o poi deve spiegare loro in modo convincente perche’ se ne vuole andare dal paese.
I grandi investitori invece non percepiscono questo clima, ma misurano gli stessi fatti da una angolazione diversa, con gli uffici pubblici preposti che non rispondono alle loro applicazioni, che non concedono loro gli appuntamenti, che non sono in grado di spiegare e poi di seguire una procedura, e infine quando vengono a sapere di grossi contenziosi fiscali o arbitrali internazionali, cominciano a capire. Quando poi scoprono che il loro progetto e’ stato ripreso e copiato dall’amico del ministro, capiscono tutto e se ne vanno.
Insomma, oggi in Albania, possono investire solo gli albanesi, ma gli albanesi sanno bene dove stanno, e se hanno preso qualche soldo, non lo reinvestono, lo portano fuori.
