L’Albania e il grosso guaio dei rifugiati

exit.al 2 Mars 2016, 13:44

Il tema dei muri di confine che stanno sorgendo in Europa e nei Balcani per contrastare una vera e propria invasione di rifugiati politici o economici, quasi tutti comunque provenienti da zone in cui la vita e’ seriamente minacciata da conflitti aperti o da forme di governo del territorio tribali o estremizzate, sta dominando i media europei e  gli appuntamenti della diplomazia, e non solo quella europea.

La questione e’ molto complessa e sta minacciando l’intima natura della Unione Europea, che potrebbe ritrovarsi al suo interno con tensioni politiche di un livello tale da generare una vera e propria deflagrazione dell’Unione.

In questo contesto per il governo Rama si avvicina un test veramente molto difficile rispetto alle sue reali capacita’ di fare politica estera. Andiamo in ordine, cercando di semplificare le grandi linee della vicenda.

  • Il flusso dei migranti, numeri impressionanti

Guerre civili, dittature etnico-religiose e miseria in genere, mescolate con facile accesso all’informazione  globale, facile comunicazione con amici e parenti gia’ emigrati, crescita della consapevolezza e delle aspirazioni delle classi mediamente istruite di paesi alla deriva, hanno creato un gran movimento migratorio verso i paesi piu’ ricchi (o meglio piu’ conosciuti come ricchi e come paesi dove e’ piu’ facile inserirsi) della UE, cioe’ Germania e paesi baltici in generale.

Da Siria e Afghanistan stanno  dirigendo in qualche modo verso l’Europa svariati milioni di rifugiati (con e senza status), solo tra Turchia e Libano ci sono oltre 4 milioni di siriani rifugiati, dall’Africa centrale altri milioni di poveri guardano al lungo e rischioso viaggio attraverso deserto, Libia e mare per approdare in Italia e proseguire verso la Germania e la Svezia. Le stime in queste condizioni sono quasi sempre numeri a caso, ma e’ evidente per tutti che un tale numero di persone costituisce un problema enorme per chiunque, a partire dalle preposte agenzie dell’ONU.

  • Le regole dell’ONU e quelle UE sono nate in un altro contesto

Negli anni passati il problema delle migrazioni clandestine e’ stato quasi sempre limitato a numeri molto piu’ piccoli o ad aree determinate in cui erano scoppiate particolari crisi anche solo economiche: Bosnia, Albania, Tunisia, Marocco sono solo alcuni esempi, su cui si mescolavano flussi molto piu’ contenuti di cinesi, cingalesi, curdi e anche afghani. Gli standard legali internazionali, quasi sempre redatti all’epoca della guerra fredda, che impongono determinati comportamenti  ai governi, sono incentrati sul concetto base dell’assistenza umanitaria e del rispetto del richiedente asilo (politico). Ma il richiedente asilo all’epoca era principalmente uno che scappava da una dittatura pericolosa spesso riconosciuta come nemica dal paese dove il rifugiato arrivava. A questi si sommavano i rifugiati o gli sfollati dei conflitti, coperti da uno status differente ma considerati come il principale compito istituzionale dell’UNHCR. Le guerre, durante la guerra fredda, avvenivano quasi tutte in Africa o in Asia e i milioni di sfollati potevano essere gestiti con poco piu’ di un dollaro al giorno in sterminati  campi  profughi, ma soprattutto la maggior parte della gente stava a casa sua, e si spostava solo perche’ la casa  gliela bruciavano, oggi invece a muoversi sono famiglie intere che  cercano di raggiungere parenti e amici gia’ emigrati, non solo per sfuggire ad una guerra, ma spesso per trovare una soluzione migliore alle loro vite, soluzione che gia’ conoscono grazie ai contatti resi molto piu’ facili dalle nuove tecnologie.

Un esempio su tutti: il rifugiato di guerra (come milioni di siriani) e’ assolutamente tutelato dalle norme internazionali, ma nessuno intendeva e intende garantire il suo diritto a scegliere dove andare, e se tutti vogliono andare in Germania, nessuno puo’ costringere la Germania o un altro paese a ricevere milioni di persone: immaginate se volessero tutti andare in Lussemburgo!

  • L’Europa e Shengen

Il tentativo di dare visibilita’ e concretezza pratica al concetto di Unione Europea ha prodotto le regole di Shengen, presto allargate ad altri paesi non UE, come l’Albania. Queste regole non hanno tenuto conto di situazioni di questa gravita’ e di queste dimensioni, ma soprattutto non hanno mai considerato le differenti situazioni geopolitiche: oggi e’ evidente che paesi come Grecia e Italia sono molto piu’ esposti al flusso dal Medio Oriente e dall’Africa e il doppio dovere umanitario (soccorso in mare) e politico (prima accoglienza, identificazione, riconoscimento dello status) si scontra con risorse limitate e oneri asimmetrici.

Secondo le regole di Shengen il primo paese raggiunto dal migrante ha l’obbligo di identificarlo e di tenerlo fino alla concessione dello status di rifugiato, mentre quelli a cui non viene riconosciuto lo status di rifugiato dovrebbero essere rimpatriati da dove sono arrivati, cosa che nel caso della Libia evidentemente non e’ possibile, mentre nel caso della Turchia sarebbe tecnicamente possibile, ma alle condizioni del governo turco.

Paesi che ricevono centinaia di migliaia di persone, spesso volutamente senza documenti ma protette dal diritto internazionale spesso reclamato con forza, hanno  costi e problemi logistici assai superiori di quei paesi, di fatto solo interni al confine di Shengen, che pero’ costituiscono il vero traguardo dei migranti, come ad esempio la Germania. E Grecia  e Italia hanno pure una situazione economica e politica interna non esattamente favorevole per affrontare una simile emergenza.

In realta’ oggi nella UE ci sono due temi in discussione: il transito e lo stazionamento definitivo. Infatti la questione del transito pone problemi giuridici sulla liberta’ di movimento dei cittadini e problemi di rapporti con gli stati vicini ai quali successivamente arriverebbe l’ondata di profughi, mentre la questione dello stazionamento dei profughi, che ha avuto un tentativo di soluzione nel piano di ridistribuzione (dei profughi ai quali era gia’ stato riconosciuto lo status di asilo) proporzionale alle capacita’ dei vari paesi componenti la UE, comporta problemi di logistica, di sicurezza interna e infine di costi vivi da sostenere per un periodo indeterminato. Nella attuazione pratica il piano di ridistribuzione non ha nemmeno iniziato a funzionare per le opposizioni totali di paesi come l’Ungheria, che hanno finito per trascinare anche gli altri, ma in ogni caso il piano e’ stato ipotizzato solo per una minima parte dell’enorme numero di gente arrivata o in arrivo, cio’ nonostante e’ stato di fatto rifiutato da molti dei paesi UE.

  • La qualita’ dei migranti: rifugiati politici, rifugiati economici, false identita’ e documenti mancanti

La situazione  e’ resa ancora piu’ complicata dalla difficolta’ di distinguere correttamente il reale status di chi arriva, anche se, quando uno ha passato clandestinamente piu’ di una frontiera, non puo’ piu’ essere considerato un profugo di guerra, ma ancora mantiene il diritto di chiedere asilo politico al paese in cui si trova in quel momento.

La maggior parte di quelli che arrivano in Grecia e in Italia non vuole chiedere rifugio a quei paesi, perche’ vuole arrivare in Germania, per questo scappano dai  campi appositamente allestiti ed evitano di farsi identificare. Questo ovviamente fa comodo alle autorita’ di Grecia e Italia, che cercano di lasciarli scappare verso la loro meta, ma ovviamente non e’ gradito ai paesi successivi lungo la strada verso la Germania..

  • Le tensioni politiche interne ai paesi e il rischio dell’estremismo neonazista

In quasi tutti i paesi percorsi o raggiunti dal flusso dei rifugiati, comunque tutti paesi (escluso Germania e Olanda) dalla situazione  economica e sociale interna resa precaria dalla lunga crisi economica, e quasi tutti con gia’ un elevato numero di immigrati non sempre ben integrati, il comportamento dei governi e’ spesso condizionato da una opinione pubblica interna poco incline ad aumentare le spese di solidarieta’ a beneficio di forestieri, spesso pure identificati dall’opinione pubblica con l’estremismo islamico, e certe forze neonazionaliste o neonaziste raccolgono un consenso pericolosamente crescente, di fatto spingendo i governi ad assumere atteggiamenti ostentatamente contrari alle possibili soluzioni negoziate in sede europea, come la redistribuzione dei rifugiati gia’ muniti di status, continuamente richiesta da Grecia  e Italia, negoziata nei tavoli UE e mai arrivata ad esecuzione pratica per le continue rinegoziazioni di molti paesi.

D’altro lato il numero degli arrivi e’ tale che, anche se fossero tutti gestiti correttamente ed equamente redistribuiti (quindi contro il loro desiderio) nei vari stati europei, comunque costituirebbero un grave problema politico in molti di questi paesi, gia’ alle prese con crisi economica e difficolta’ politiche  interne di vario tipo.

  • La posizione dell’Albania

L’Albania entra in questa storia come molti altri paesi Shengen, come l’Italia, o la Grecia, o la Macedonia: qui nessuno ci vuole venire per fermarsi, ma solo passare per raggiungere la meta piu’ ambita: la Germania. Ma l’Albania come la Macedonia, per farli entrare deve essere sicura di poterli far uscire dall’altra parte, cioe’ potrebbe permettere il transito, ma non accettarli  definitivamente, cosa che del resto quasi nessuno di loro vorrebbe o accetterebbe. Certo, qualche migliaio lo potremmo ricevere ed ospitare in campi piu’ o meno attrezzati, ma servono risorse economiche da fuori, e serve anche un accordo con la tappa presumibilmente successiva del viaggio: Montenegro, Kosovo o Italia.

Qui il cerchio si chiude, i rifugiati partono dalla Turchia, arrivano in Grecia e vogliono andare in Germania, o seguendo la strada balcanica interna (Macedonia, Serbia, Croazia, Austria), o quella costiera (Albania, Montenegro, Croazia, Austria) o tornare di nuovo in mare (Italia, Austria o Albania, Italia, Austria). Tutte queste rotte arrivano in Austria, e se l’Austria ha gia’ chiuso, o vuole chiudere, le frontiere, tutto quello che viene prima lungo il percorso e’ del tutto inutile. E il fiume dei rifugiati si impaluda da qualche parte contro l’ultimo confine che viene chiuso.

  • Il precedente dei muhjaedin

Nel caso albanese a complicare le relazioni con i paesi UE ci si mette pure la questione dei muhjaedin iraniani recentemente accettati come rifugiati politici su richiesta del governo americano. L’annunciato arrivo in Albania di alcune migliaia di muhjaedin, noti in un recentissimo passato come terroristi, molto addestrati e militarmente inquadrati, che dovrebbero stare a tempo indeterminato in Albania, sta  mettendo a dura prova la fiducia dei vicini italiani, i quali temono che in mezzo ai 2 o 3.000 guerriglieri  ci possa essere anche qualcuno che ancora vuole “menare le mani”, magari come mercenario, o arruolandosi in qualche esercito islamico combattente. Agli USA non si poteva certo dire di no, ma come rassicurare l’Italia che la Polizia e l’intelligence albanese sono in grado di controllare tanta gente proprio sotto le porte di casa: da Durazzo, da Valona, o da qualsiasi punto della costa, il viaggio fino a Bari, non e’ cosi’ difficile, e i precedenti ci sono.

  • Che puo’ fare l’Albania?

L’Albania vorrebbe certamente riaffermare il suo spirito tollerante ed umanitario, gia’ celebrato durante la crisi del Kosovo e pilastro fondamentale della retorica internazionale del Primo Ministro.

Ma questo spirito tollerante ha dei costi, sia per evitare i muri, cioe’ lasciare entrare il flusso dei rifugiati in Albania per consentire loro di raggiungere il Montenegro o l’Italia, cosa che creerebbe gravi ripercussioni alle relazioni con i paesi vicini, sia per dare asilo a importanti numeri di profughi (sempre ammesso che loro siano interessati all’asilo in Albania), cosa che potrebbe avere due risvolti completamente opposti: un grande costo per lo stato albanese, oppure una opportunita’ di aumentare il livello della domanda interna se tale costo venisse sostenuto dalla Unone Europea.

Alla Turchia la UE ha accordato 3 miliardi di euro per la gestione di 2,5 milioni di rifugiati siriani, cioe’ una cifra di 1.200 euro a rifugiato, ma non sappiamo per quanto tempo sia considerato questo contributo, e soprattutto bisogna considerare che la Turchia ha un GDP procapite di quasi tre volte superiore a quello albanese.

Conclusioni

La crisi dei rifugiati si presenta oggi per il governo albanese come un guaio politico di grandi dimensioni, con costi politici e diplomatici assai difficili da contenere anche per un governo piu’ forte e piu’ sostenuto politicamente di quello attuale. Data la situazione generale prima descritta, e’ assai improbabile che una qualsiasi posizione albanese in materia, che vada incontro alle richieste di uno dei nostri interlocutori principali (Italia, Grecia, Germania, Turchia, UE), possa essere accettata senza ripercussioni dagli altri interlocutori, essendo le loro posizioni e i loro interessi in forte contrasto tra loro.

E infatti in soli tre giorni abbiamo gia’ potuto vedere un approccio politicamente confuso del governo albanese, con il Ministro delle Finanze e quello dell’Integrazione pronti a declamare che l’Albania non avrebbe alzato muri, mentre il Primo Ministro immediatamente dopo ha sostenuto che non avrebbe aperto i confini, mettendo infine il Ministro degli Esteri in grande difficolta’ e costringendolo ad equilibrismi difficili da mantenere.

Ma Rama non e’ il solo, e soprattutto non e’ il primo, ad essere esposto ad un grande rischio politico per via dei rifugiati, basti pensare a cosa potrebbe accadere alle relazioni interne tra i 28 paesi della  UE, gia’ oggi molto tese; ma anche in questo caso, se cioe’ la UE dovesse paralizzarsi politicamente, il costo per l’Albania sarebbe molto elevato.