Mentre a Tirana arrivano le prime giornate estive, e il dibattito politico continua a girare su una riforma della giustizia che nessun partito sembra veramente volere, gli operai stanno stendendo un tappeto di erba sintetica sulla distesa di cemento che costituisce il Parco Giochi che tra poche ore sara’ inaugurato dal Sindaco Erion Veliaj con un codazzo di cortigiani plaudenti.
Quel tappeto di plastica verde, non previsto dal capitolato d’appalto ma suggerito da opportunita’ politiche per coprire troppo cemento, e’ il velo pietoso che la storia stende a coprire la tomba di un sogno, un miraggio, un inganno insomma, che per alcuni anni ha attratto una gran parte della societa’ albanese.
Sotto quel velo pietoso c’e’ sepolta la speranza che il popolo albanese aveva riposto, sbagliando ancora una volta, in un nuovo leader politico che prometteva la rinascita dell’Albania, il ritorno della legge, della legalita’, e della normalita’ per un piccolo paese dalla storia travagliata che si sarebbe finalmente affacciato all’Europa e al mondo come tutti gli altri, magari un po’ piu’ povero degli altri, ma con un futuro e una dignita’ come tutti gli altri.
Invece non e’ stato cosi’, non e’ che non ha funzionato, a voler ben vedere proprio non poteva funzionare, non poteva bastare il desiderio, non poteva bastare la suggestione di un personaggio controverso, o la finzione di “societa’ civile” di qualche suo reggicoda, serviva ben altro, serviva la verita’, la consapevolezza della dura strada da percorrere, la consapevolezza del pericolo insito nella mediocrita’ dell’essere umano.
E per scoprirlo e’ bastato strappare la maschera ai raffinati impostori che si offrivano come guida, e questa maschera e’ stata strappata da un piccolo gruppo di giovani, forse anche incoscienti, che nello sfascio complessivo della nostra societa’ hanno trovato nel Parco l’ultima cosa degna di essere difesa, e nella loro impotenza hanno offerto i loro corpi alla causa della difesa del parco.
Non erano d’accordo, e non si fidavano piu’ delle promesse elargite con tanta leggerezza in campagna elettorale, e come hanno sentito parlare di cemento si sono radunati sotto un ulivo e per quasi cento giorni e notti sono rimasti li a protestare e a lamentare l’ingiustizia subita, da loro ma anche da tutti quanti.
Senza mandanti, senza sponsor, senza troppi calcoli o ragionamenti, senza copertura mediatica, senza appoggio delle ambasciate, o dei partiti di opposizione, senza alcuna apparente speranza di successo, ma con un solo punto fisso: bisogna che qualcuno dica basta.
La loro costanza e la loro determinazione ha fatto scoprire a tutti di che pasta erano fatti i nuovi politici che pretendevano di salvare il paese, di quanto fossero capaci di mentire, di infrangere le norme che loro stessi avevano voluto, della loro falsita’ assoluta, dello spregio che avevano per le procedure di uno stato normale, della capacita’ che avevano di nascondersi dietro slogan imparati in seminari di qualche fondazione straniera, della capacita’ di mandare la polizia a picchiare la gente, della capacita’ di simulare incidenti per criminalizzare l’avversario, della sfrontata esibizione di arroganza e di uso del potere.
Oggi la gente ha compreso la vera natura di Rama che vuole sacrificare il parco agli interessi dei suoi amici costruttori, di Veliaj pronto a rimangiarsi qualsiasi impegno pur di ereditare il potere da Rama, e di Tahiri che mette giovani e bionde poliziotte nelle strade del Blok e manda robusti picchiatori nel Parco. Oggi quasi tutti hanno compreso che Rilindja e’ una finzione per non cambiare il sistema, la democrazia non c’entra.
E se lo hanno potuto comprendere e’ grazie ai ragazzi del Parco, ragazzi che nessuna televisione ha intervistato, e di cui nessuno conosce i nomi, perche’ non hanno fatture da incassare, o elettori da ingannare.
Loro sono i primi cittadini veramente “rinati” in questa citta’, e gli unici vincitori di questa storia.
