I “dembel” alla Festa del Primo Maggio

exit.al 4 Maj 2016, 14:25

La Festa del 1 maggio, Festa del Lavoro, e’ passata senza lasciare traccia, forse distratta dalla Pasqua ortodossa, ma forse ancora di piu’ schiacciata da una societa’ che ha cambiato il suo approccio con il lavoro, o meglio ha cambiato proprio il concetto e il valore che il lavoro ha avuto in tutto il secolo scorso.

In tutte le societa’ occidentali il termine lavoro ha un contenuto estremamente positivo, citato da costituzioni e leggi, considerato un diritto e un dovere, e’ alla base del progresso e dell’evoluzione della societa’, creare lavoro e’ il primo dovere di un governo, essere bravi lavoratori e’ il primo grado della cittadinanza, della considerazione sociale.

Il lavoro, insomma, e’ (o e’ stato) il vero motore di tutte le societa’ che sono diventate societa’ industriali e progredite, il primo metro di giudizio e di valutazione, il primo strumento di emancipazione e di miglioramento sociale ed economico, il lavoro e’ l’opportunita’ del singolo cittadino di avere una vita dignitosa e di crearsi un futuro.

Il lavoro, come concetto della fisica e della filosofia, e’ anche quella cosa che trasforma un “potenziale” in una cosa avvenuta, reale. Tutto cio’ che  l’uomo ha costruito e’ stata costruito sul concetto di lavoro, cioe’ della fatica, della volonta’ e dell’attivita’ umana, che crea qualcosa di positivo.

Questo concetto sta alla base dell’evoluzione dall’uomo raccoglitore (che approfitta di quello che la natura gli offre) all’uomo agricoltore (che  lavorando ricava i fattori per il proprio sostentamento).

Gli antichi Romani hanno creato il concetto dell’homo faber, l’uomo che lavorando costruisce il proprio destino, poi contrapposto dalla antropologia all’homo ludens, l’uomo che si diverte, gioca e scommette e quindi si affida al destino.

Questa e’ la dicotomia  profonda che ha sempre animato la storia della societa’ occidentale di ispirazione cristiana: il lavoro e il gioco, la volonta’ razionale e la scommessa, costruire un futuro o lasciarsi andare agli eventi, il dovere o il piacere, lavorare o speculare, produrre o commerciare, faticare o sperare, santificare o peccare.

La centralita’ del lavoro in tutto il sistema politico, sociale, produttivo e’ stata il valore fondativo, il collante, il fondamento culturale, il denominatore comune della societa’ occidentale negli ultimi secoli. Non un monopolio, ma certamente il centro.

Oggi in Albania, grazie all’offerta di lavori delocalizzati come facon e call center, si sta sempre piu’ imponendo un sistema di scambio tra causa ed effetto, dove il lavoratore viene  ricompensato sulla base di quello che effettivamente produce e non piu’ per il suo tempo dedicato al datore di lavoro, ma questo sistema ha due difetti principali: a) la distribuzione assolutamente ineguale dei poteri delle parti nella contrattazione del valore; b) il trasferimento del rischio dell’organizzazione del lavoro (produttivita’) dall’impresa al lavoratore.

Queste due cose insieme provocano la riduzione graduale  dei compensi dell’unita’ di lavoro fino a livelli risibili.

Contemporaneamente la societa’ albanese propone modelli e stili di vita basati su lussi e consumi che richiedono una disponibilita’ di soldi non raggiungibile con questo tipo di remunerazioni, e il risultato e’ che il lavoro (nel senso del lavoro dipendente) non e’ piu’ percepito come la soluzione possibile al progetto di vita di un giovane collegato al mondo esterno.

Oggi i giovani albanesi con il compenso del loro lavoro dipendente possono solo comperarsi le sigarette, o la  bevuta serale, che i loro sogni e le loro aspirazioni richiedono ben altre risorse economiche, ottenibili solo con l’assunzione di alti rischi, concettualmente simili a quelli del gioco d’azzardo, come tante forme  di commercio o le varie attivita’ criminali o il gioco d’azzardo stesso: “se va, bene, se non va, restiamo dove siamo e non abbiamo perso niente.”

Forse e’ per questo che il lavoro e’ quasi sparito dal lessico politico e dal calendario delle feste ufficiali, mentre il gioco d’azzardo, come la scommessa dell’emigrazione o della richiesta d’asilo costituiscono sempre di piu’ l’unica reale alternativa al crimine e alle attivita’ collegate.

Siamo passati ad una fase in cui il rischio, il gioco, sostituisce la fatica, il lavoro.

Una intera popolazione, non esattamente pigra ma eccessivamente pragmatica, passa il suo tempo al bar, aspettando la sua opportunita’ di guadagnare sufficientemente o di andarsene, perche’ il lavoro offerto da questo sistema non interessa, perche’ non serve, non risolve la situazione.

Il governo puo’ continuare a giudicare “dembel” i suoi elettori, ottenendo solo di farli arrabbiare ulteriormente, ma dovrebbe cominciare a porsi il problema, a partire dal modello stesso di societa’ che propone ai suoi cittadini, e la sfrontata esibizione del lusso da parte di quella stessa classe dirigente del paese che paga male e poco sia i suoi debitori che i suoi dipendenti rappresenta sia la causa che la dimostrazione del fallimento di una classe politica che non vuole occuparsi dei suoi elettori, ma solo dei suoi clienti.