Tra tanti bollettini di guerra, rendiconti di furti, truffe e corruzioni, annunci di mirabolanti investimenti e di nuove tasse, minacce e proclami, arresti e incendi, mancava in Albania una voce veramente “politica”, capace di parlare del “bene comune” e di mettere in discussione quella che fino ad oggi poteva essere visto solo come una lotta per il potere, per il saccheggio sistematico, per l’arricchimento conseguente.
In un paese dai fragili equilibri, uscito da una terribile dittatura ateista, con una convivenza religiosa da preservare, e una radice da ritrovare, per i rappresentanti delle comunita’ religiose era sempre consigliabile una presenza defilata e una prudente distanza dalla cronaca politica, ma una situazione sociale in costante degrado e una serie di comportamenti politici sempre piu’ pericolosi e inaccettabili hanno finito per far superare quella timidezza, almeno alla Conferenza Episcopale della Chiesa Cattolica Albanese.
Una religione, e la sua organizzazione terrena, giustamente sono e devono essere una presenza “politica”, nel senso che devono offrire la loro interpretazione e i loro suggerimenti, basati sul sistema di valori e di principi che propongono, per le scelte che devono regolare la convivenza della societa’. Non parliamo di parteggiare per questo o quel partito, per questo o quell’uomo politico, parliamo di contribuire con saggezza e interpretazione morale (presumibilmente non basata su valutazioni materiali e immediate) al dibattito sulle idee, sui diritti e sui doveri di una societa’ umana, ancor di piu’ in una societa’, come quella contemporanea albanese, che sembra aver smarrito ogni pudore e ogni norma morale, al punto di non provare piu’ vergogna per nessuna cosa.
Per troppi anni abbiamo visto un clero, quale che fosse la religione di appartenenza, sostanzialmente timido e questuante davanti agli esponenti della classe politica, nel tentativo di recuperare proprieta’ immobiliari o altri benefici materiali, oppure posizioni di potere e di influenza, in un gioco in realta’ troppo simile a quello politico.
Cerimonie, visite ufficiali nelle ricorrenze religiose, scambi di auguri, ma le varie religioni in Albania di fatto sono gradualmente diventate una semplice coreografia di contorno, utilissima, grazie ai diversamente colorati paramenti sacri, per la “photo opportunity’ del potere politico. Ovviamente ovunque ci sono veri uomini di religione che con cultura, lavoro e testimonianza offrono una immagine ben differente, ma il risultato complessivo lasciava un senso di vuoto, di un mondo dove la religione era diventata solo un fatto formale composto da molti compromessi, senza slancio, senza fede, senza proposta.
E soprattutto senza ribellarsi “apertis verbis” ad un potere politico sempre piu’ ateo, orribile sintesi tra un comunismo mal rimosso e un laicismo fasullo imposto dalle regole “politically correct” a loro volta importate dalle dominanti “organizzazioni no profit” di scuola internazionale, chiese senza Dio e senza Patria dedite ad una lucrosa autoreferenzialita’.
Solo pochi mesi orsono il nuovo governo uscito vincitore dalle elezioni, all’inizio della sua visionaria pseudoriforma, ha trasferito la competenza sul tema del rapporto con le organizzazioni religiose al Ministero della Cultura, classificandole come se fossero delle semplici NGO, come le altre in coda per finanziare il loro “progetto”, senza che questo scatenasse una dura quanto sdegnata reazione ufficiale.
Il meccanismo della corruzione a contrario stava iniziando a funzionare, il governo disprezza tutti ma li paga, comprando il consenso con un pugno di fagioli, grazie ad una poverta’ forse ereditata ma volutamente mantenuta perche’ funzionale al mantenimento del potere.
Alla popolazione sinceramente religiosa, e a quella che semplicemente non trova la pace dello spirito, non servono grandi finanziamenti per grandi progetti o per grandi proprieta’ della Chiesa, ma grandi uomini semplici e credibili, capaci di diventare guide morali e spirituali, di dare un criterio di scelta, di offrire un messaggio di salvezza, una prospettiva moralmente accettabile, e un modello di vita che non sia solo un concetto di consumo da esibire.
Oggi, finalmente, la Chiesa Cattolica ha battuto un colpo, precisando in un comunicato della sua Confernza Episcopale come primo punto che il diritto di manifestare e’ un diritto inalienabile dei cittadini, solo in seconda battuta ha preso le distanze da ogni forma di violenza, e al terzo punto che bisogna lottare per ridurre le differenze sociali.
Un messaggio molto chiaro: per il governo, che pretende di essere socialista, non ci poteva essere una bastonata peggiore.
Sembra proprio che stia volgendo al termine la stagione della silenziosa complicita’ tra il clero e il governo, che certo non poteva reggere molto sotto il peso di continue provocazioni da parte di quest’ultimo, e sotto il peso ancora piu’ grande di una classe politica profondamente corrotta, irresponsabile, immorale ed egoista, che sta lanciando il paese in un maelstrom di lusso, crimine, droga e gioco d’azzardo.
Ora attendiamo che anche le altre religioni o confessioni rompano il loro silenzio.
