In questi giorni il governo ha annunciato di aver trovato un investitore americano che avrebbe comperato dalle banche creditrici di Armo la raffineria di Ballsh e che investira’ entro poco tempo 52 milioni di dollari per rimettere in funzione gli impianti e che presto i 1.200 dipendenti della raffineria torneranno al lavoro.
Una societa’ controllata dallo stesso investitore tramite un complesso sistema di societa’ offshore ha concluso un accordo con Bankers per ritirare il 65% della loro produzione e raffinarla nell’impianto di Ballsh, per poi rivenderla nel mercato interno albanese, ma non si sa tramite quale rete distributiva.
Sembrerebbe una buona notizia per l’Albania e per il suo sviluppo industriale, ma purtroppo in questa storia mancano alcuni presupposti logici ed economici ed e’ molto probabile che le sorprese non siano finite, vediamo perche’.
In tutto il mondo i costi di esercizio di una raffineria variano in funzione fortemente inversa della sua capacita’ produttiva, cioe’ piu’ e’ piccola piu’ costa raffinare, e le due raffinerie albanesi sono molto, molto piccole, 20.000 barili al giorno quella di Ballsh, 10.000 quella di Fier, ma attualmente non riescono a lavorare piu’ del 50% della loro capacita’ teorica.
In Italia da anni stanno chiudendo tutte le raffinerie di capacita’ inferiore ai 100.000 barili al giorno (5 volte la capacita’ di Ballsh), in Grecia ci sono solo 4 impianti che totalizzano quasi 1 milione di barili al giorno. Il dato mondiale delle oltre 660 raffinerie esistenti e’ di una capacita’ media di quasi 120.000 barili al giorno, pari a 4 volte l’intera capacita’ di raffinazione (teorica) albanese.
In tutto il mondo le piccole raffinerie stanno chiudendo per inefficienza economica e non si vede perche’ in Albania dovrebbe essere diverso. Inoltre in tutto il mondo esiste una capacita’ di raffinazione di circa il 15% superiore ai consumi globali e questo divario tra capacita’ di raffinazione e utilizzo degli impianti e’ stimato in crescita fino al 2040.
Tutti gli impianti progettati fino al 1974 (shock petrolifero), inclusi quindi quelli albanesi, non tenevano in gran conto i costi energetici del processo di raffinazione, perche’ a quel tempo il problema era di avere la disponibilita’ del prodotto, non di competere sul mercato con altri produttori, quindi gli impianti albanesi gia’ di progetto sono molto poco efficienti dal punto di vista dei costi energetici, che costituiscono un quota importante (in Italia, con impianti molto piu’ moderni, circa il 10% del greggio lavorato viene usato per la raffinazione) dei costi di raffinazione del petrolio.
Le raffinerie albanesi, per via della loro vetusta’ tecnologica, non dispongono inoltre dei processi tecnologici detti “catalitici” (che tramite calore e catalizzatori spezzano le molecole complesse degli idrocarburi piu’ pesanti e le trasformano in idrocarburi piu’ leggeri, come la benzina), ma dispongono solo di obsoleti impianti di distillazione termica che sfruttano le differenti temperature di evaporazione per separare le frazioni piu’ volatili (benzine, gpl, gasolio, nafta virgin) da quelle piu’ pesanti (oli combustibili, bitumi, oli) quindi, a parita’ della qualita’ del greggio in input, producono piu’ frazioni a basso valore aggiunto che frazioni ad alto valore aggiunto, quindi gli impianti sono molto poco efficienti gia’ in termini tecnologici. In pratica solo il 25% del greggio raffinato si trasforma in gasolio o altri prodotti pregiati, contro il 65% (gasolio, gpl e benzine) della media delle raffinerie italiane, e il resto costituisce un prodotto piu’ povero e difficile da vendere, perche le sempre piu’ stringenti norme ecologiche ne impediscono molti usi.
Gli impianti albanesi sono poi del tutto sprovvisti di sistemi anti-inquinamento, il che li rende forse un po’ meno costosi da gestire rispetto a quelli con sistemi di filtrazione delle emissioni in atmosfera, ma questo vantaggio economico scomparirebbe del tutto se gli impianti venissero messi a norma sulla base delle norme antinquinamento europee. Inoltre una tale messa a norma comporterebbe investimenti tali da superare di molte volte il fatturato attuale degli impianti, probabilmente riducendone pure la capacita’.
Infine un impianto di raffinazione viene normalmente costruito vicino alla fonte della materia prima, ma in un posto collegato con porti o con oleodotti in modo da ridurre il costo di trasporto sia della materia prima che del prodotto finito. A titolo di esempio una piccola nave petroliera da 10.000 ton (come quelle che possono arrivare in Albania date le restrizioni di pescaggio dei porti albanesi) porterebbe materia prima solo per una settimana di produzione a pieno ritmo (puramente teorico) dei due impianti albanesi. Mentre la grandi raffinerie europee o del resto del Mediterraneo possono ricevere direttamente navi da quasi 500.000 ton (50 volte piu’ grandi, quasi l’intero consumo albanese di un anno) e senza dover ricaricare il greggio su camion per fare altri 50 chilometri (o sui vagoni ferroviari, come da progetto dei concessionari della linea ferroviaria Vlore - Fier – Ballsh).
Questo significa che negli attuali siti in Albania avrebbe senso solo la raffinazione della materia prima locale, ma la insufficiente produzione di petrolio albanese (attualmente 1,3 milioni di tonellate annue, pari a circa 22.000 barili al giorno) porterebbe a costruire impianti di dimensioni troppo piccole per poter competere sul mercato internazionale della raffinazione, mentre l’elevata quantita’ di zolfo contenuta nei petroli albanesi ne rende molto piu’ costosa la raffinazione, in particolare per produrre gasolio per autotrazione, che con i parametri europei anti-inquinamento deve contenere quantitativi di zolfo molto ridotti.
Anche il livello degli investimenti dichiarati per Ballsh, 52 milioni di dollari, sembra veramente ridicolo: basti pensare che la sola raffineria di Milazzo in Sicilia (con una capacita’ di 4 volte quella di Ballsh) spende ogni anno ben oltre 100 milioni di dollari di investimenti e migliorie su un impianto gia’ molto piu’ moderno, mentre il costo di un impianto nuovo di dimensioni adeguate si calcola in parecchie centinaia di milioni.
Infine un ultimo dato che chiarisce tutti gli altri dati: in Italia nonostante gli impianti molto piu’ moderni ed efficienti, nel 2014 il margine di raffinazione e’ stato all’incirca di 4 dollari al barile, pari a circa 25 dollari a tonellata, se fosse cosi’ anche in Albania la raffinazione di tutto il consumo interno porterebbe ad un valore complessivo del margine di raffinazione di circa 15 milioni di dollari all’anno, cioe’, parlando molto all’ingrosso, questo sarebbe il profitto lordo di tutta la raffinazione albanese. Troppo poco per l’investitore americano, che con questi numeri non potrebbe mai recuperare il suo investimento promesso di 52 milioni di dollari, e questo vuol dire che il trucco e’ altrove, e che la vera motivazione dell’investimento non e’ quella industriale. E infatti gli ultimi due tentativi di rilanciare la produzione delle raffinerie albanesi, nonostante un qualche risultato produttivo, sono finiti con un raddoppio dei debiti di Armo.
Per tutto questo, l’ipotesi di una ricostruzione delle raffinerie albanesi e’ sempre stata e rimane una mera illusione, ma forse anche un inganno deliberatamente voluto da chi era interessato a ben altri aspetti economici e sperava di ottenerli e conservarli anche grazie alla copertura fornita dal “valore sociale ed elettorale” delle migliaia di famiglie che dalle raffinerie aspettavano il sostentamento economico.
Nel corso degli ultimi anni molti avventurieri si sono aggirati attorno alle rovine delle raffinerie albanesi, ma il loro operato non e’ mai stato certo quello di investire in tecnologie contemporanee per risollevare le sorti dei due impianti, quanto invece quello di amministrare un grande flusso di petrolio, di soldi e di influenza politica per poter organizzare enormi contrabbandi su un prodotto di elevati consumi e ad elevata tassazione. Una cosa simile e’ avvenuta anche con un certo numero di piccoli impianti, autorizzati in modo del tutto criminale, che in realta’ servivano (e forse servono ancora) solo per organizzare imbrogli come quello della “nafta virgin”, cioe’ falso gasolio ottenuto sciogliendo il primo distillato dalle raffinerie albanesi con solventi terribilmente tossici, che nel corso degli anni ha prodotto solo la distruzione (a causa della sua pessima qualita’ e del contenuto eccessivo di paraffine) di moltissimi motori del parco automobilistico albanese, oltre ad un grande inquinamento (che produrra’ molti costi sociali differiti), e ad una molto piu’ “interessante” evasione milionaria di accise e di TVSH.
Nella piu’ rosea delle ipotesi, nei prossimi mesi l’Albania si trovera’ inondata da una quantita’ di gasolio di pessima qualita’, molto al di sotto degli standard ecologici previsti dalla legislazione albanese, e con molta probabilita’ una gran parte di questo gasolio entrera’ sul mercato in nero, cioe’ senza pagare accise e altre tasse.
Chi saranno le vittime lo abbiamo visto: come sempre i cittadini e i consumatori albanesi e il budget dello stato. Chi saranno i veri beneficiari, cioe’ i veri banditi, lo scopriremo presto.
