Uno spettacolare crollo di un muro di mattoni arancioni che coprono un grande manifesto che celebra i successi della Cooperazione Italiana allo Sviluppo, il tutto nell’ora di minimo passeggio domenicale in Piazza Skanderbeg, a Tirana.
Questo e’ stato il dispendioso modo per annunciare una settimana di celebrazioni e di dibattiti sul ruolo della Cooperazione Italiana in Albania, presentato come “Annual event of Italian Development Cooperation system”, ovviamente, poiche’ il provincialismo degli internazionali delle Frattocchie non ha limiti, anche il titolo dell’evento era in inglese “Doors of tomorrow”, accompagnato da un esplicativo “Future comes through cooperation” e da un altro incoraggiante “No walls for future” corredato da un invito a partecipare al crollo, annunciato per domenica.
Per dare maggior diffusione, un “teaser” su internet riproduce la costruzione del muro e il suo crollo davanti a qualche decina di persone, corredando il video di uno sproloquio, sottotitolato sempre in lingua inglese, che spiega come la gente sia rimasta incuriosita e come, dopo il crollo, abbia potuto capire il messaggio, cioe’ che il loro futuro verrebbe dall’intenso lavoro della Cooperazione allo Sviluppo, che, sempre secondo il “teaser”, dal 1991 a oggi avrebbe speso piu’ di 800 milioni di euro in centinaia di progetti per costruire un futuro (senza muri) per l’Albania.
Curiosamente un altro ufficio della stessa “azienda” dichiara di spendere i soldi del contribuente per la diffusione della lingua e della cultura italiana, ma sembra che i costruttori di futuro a dono non ritengano di sacrificare il loro fluente e cosmopolita inglese alla piu’ obsoleta e trascurata lingua di Dante, per cui disperiamo che le loro atrofizzate conoscenze linguistiche italiane siano sufficenti per leggere questo articolo. Ci consentiranno, i demolitori di muri, di continuare le nostre osservazioni in italiano, a beneficio dei contribuenti italiani, il cui forzoso contributo sta alla base di tanta propaganda.
Apprendiamo dal “teaser” che il contribuente italiano a partire dal 1991 ha dovuto pagare piu’ di 800 milioni di euro, suddivisi “in centinaia di progetti” per “lo sviluppo sostenibile e l’avanzamento dei diritti umani” in Albania.
Qualcosa non quadra: sull’unico sito destinato a fare un po di trasparenza sulle ingenti spese della Cooperazione Italiana allo Sviluppo (oggi Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) alla voce Albania risultano solo 143 progetti, il cui costo totale, pazientemente sommato, raggiunge una cifra di poco superiore ai 900 miliardi di lire, cioe’ poco piu’ della meta’ dei dichiarati 800 milioni di Euro. Forse che gli esperti cooperanti non hanno ancora contabilizzato il change over tra lira ed euro? O forse che il loro sito per la trasparenza non e’ cosi’ tanto trasparente? Oppure stanno semplicemente barando sui numeri, sperando di impressionare cosi’ i beneficiari albanesi, ultimamente piuttosto distratti se non annoiati?
Ma la lettura dell’elenco dei progetti (riportati dai siti aicstirana.org e openaid.aics.gov.it) offre altre feconde considerazioni.
Un esempio e’ il tanto decantato progetto da 31 milioni di euro a sostegno delle PMI, quello che esclude dai beneficiari le PMI albanesi di proprieta’ o controllo italiano, garantendo invece ai prenditori albanesi (amici del governo di turno, selezionati da apposita commissione ministeriale) l’accesso a finanziamenti a tasso agevolato beneficiando pure di un fondo di garanzia, per il quale progetto sfidiamo chiunque a sapere dove e a chi siano stati dati quei soldi, e soprattutto con quali risultati occupazionali ed economici nel medio e lungo periodo.
Oppure troviamo l’esilarante progetto dei byrek di cui questa umile testata ha gia’ avuto modo di scrivere, e parecchi altri progetti, parzialmente sovrapposti a quello, sia per tema che per implementatori, di sviluppo delle stesse zone rurali e delle loro filiere agricole e alimentari.
Oppure troviamo un curioso e non meglio specificato finanziamento di 546.000 euro del 2007 – 2011 per lo “Sviluppo urbano di Tirana: Progettazione delle opere di riqualificazione delle due piazze storiche Skanderbeg e Maria Teresa”, che evidentemente non deve essere stato molto apprezzato dal beneficiario, se dopo qualche anno il governo albanese ha deciso di pagare con il suo budget un nuovo progetto per piazza Skanderbeg affidandolo ad un progettista nordeuropeo.
Oppure un sicuramente indispensabile progetto “Tutela dell’ecosistema di poseidonia oceanica in Albania, cartografia delle praterie lungo le coste dell’Albania, capacity building” finanziato per circa 270.000 euro nel periodo 2007 – 2012. Adesso al posto di quelle praterie di poseidonia probabilmente ci sono le fondamenta di qualche palazzo, ma la cosa che veramente incuriosisce e’ a cosa si riferisca, nel titolo, quel “capacity building” dopo la virgola.
C’e’ pure uno “Studio di prefattibilita’ per la formazione della classe dirigente in Albania” da 137.000 euro del 2004, sui cui risultati pratici sarebbe interessante aprire un dibattito.
Interessante anche il progetto da 15.300.000 euro per la riabilitazione del Porto di Valona, con procedure iniziate da piu’ di dieci anni (e a oggi secondo il sito aicstirana.org realizzato al 75%, mentre secondo il sito openaid.aics.gov.it e’ realizzato solo al 50%), cosa che spiega perche’ un cofinanziamento della Cooperazione Italiana venga visto con giustificato terrore dai ministeri potenzialmente beneficiari. In compenso, in modo molto politicamente corretto, sul sito si precisa che il 50% dei beneficiari del progetto sono donne.
Stessa utilissima precisazione per il progetto “Supporto al settore stradale” da 46 milioni di euro, iniziato nel 2004 e secondo il sito openaid realizzato al 90%, mentre secondo aicstirana.org solo al 75%, che prevedeva la costruzione di tre tratti stradali (Lushnje – Fier, Fier – Valona e Scutari – Hani i Hotit) che invece, nonostante le complesse vicende e relativi fallimenti di imprese, percorriamo da anni. Anche in questo caso i beneficiari indicati sono 3 milioni di cui il 50% donne, evidentemente escludendo dal calcolo i turisti, forse perche’ non era facile predeterminarne il sesso.
Non puo’ mancare nell’elenco degli impagabili successi della Cooperazione il famoso progetto IADSA, i cui sottoprogetti finanziati sono scrupolosamente avvolti in un prudente mistero, sia per quanto riguarda i dettagli, che per gli implementatori, visto che i beneficiari sarebbero quasi sempre enti locali o ministeri albanesi, insomma piccole supplenze elettoralistiche all’incapacita’ della pubblica amministrazione costosamente realizzate (almeno speriamo) da ONG italiane.
Ogni tanto, nell’elenco dei progetti, si anche leggono titoli interessanti che lasciano intendere iniziative di vera utilita’ sociale, ma la mancata pubblicazione dei dettagli di ogni progetto riduce il sito destinato alla trasparenza ad una mera elencazione di date, titoli e importi, senza fare vera trasparenza e quindi senza consentire al cittadino una sia pur sommaria informazione su come vengono spesi i suoi soldi.
Nello stesso elenco non si trova, o forse semplicemente non siamo in grado di riconoscerlo, il progetto che, proprio all’inizio della transizione, ebbe il reale merito di sfamare fisicamente tanta parte della popolazione albanese, allora veramente alla fame per il crollo verticale di tutto il sistema logistico albanese, con l’effetto collaterale di aver causato la condanna (poi annullata) dell’allora Primo Ministro Fatos Nano, con l’accusa di aver favorito in qualche modo l’azienda italiana Levant&Co che doveva portare le forniture alimentari pagate dal governo italiano.
Una storia, quella della Cooperazione in Albania, piena piu’ di ombre che di luci, che, al di la’ delle considerazioni sopra esposte, dovrebbe indurre a riflettere sul reale ruolo che ha avuto in passato, che ha attualmente e che potrebbe avere in futuro, e magari a fare delle concrete valutazioni sulla reale natura di certi progetti, come ad esempio quello citato sulla poseidonia, evidentemente pensati su misura dell’implementatore piu’ che su quella del beneficiario.
Dubitiamo che un simile dibattito aperto sia nei desideri e nelle possibilita’ culturali degli attuali depositari della verita’ politicamente corretta, evidentemente tutti presi nell’emulazione del Primo Ministro albanese e delle sue “installazioni” di pseudoarte contemporanea, inseguendolo sul terreno della vuota ma spettacolare propaganda, e continuando a distribuire coperte pagate dal contribuente italiano a nome di un governo albanese che con i fondi estorti alla sua popolazione distribuisce invece inefficenti contratti milionari ai suoi amici.
Il problema dell’Albania non e’ la mancanza di risorse finanziarie, ma la loro allocazione. Non e’ un problema di soldi pubblici, ma di priorita’ politica della spesa, non e’ un problema di tasca, ma e’ un problema di testa, di cultura e di volonta’ politica.
E se la Cooperazione Italiana allo Sviluppo in Albania, invece di proporre realmente modelli di sviluppo, finisce solo per imitare il suo beneficiario locale ideando e finanziando vuoti happening, vuol dire che farebbe meglio a spendere i soldi del contribuente italiano a casa sua, magari occupandosi dei tanti bisogni inevasi che ci sono oggi in Italia, siano essi di immigrati o di italiani.
