IASDA, una storia fumosa!

exit.al 1 Korrik 2016, 08:29

IADSA e’ l’acronimo per “Italian Albanian Debt Swap Agreement” che tradotto dall’inglese (!?!) sta a significare l’accordo mediante il quale l’Albania, debitrice verso l’Italia delle varie rate maturate per i finanziamenti ricevuti negli anni passati, invece di pagare quelle rate allo Stato Italiano (come previsto dal contratto di finanziamento originario), li spende in piccoli progetti di cooperazione in vari settori concordati tra i due governi.

Il titolo gia’ suggerisce una domanda urgente: “accordo di scambio del debito” e’ la traduzione letterale, ma qual’e’ lo scambio? Scambio normalmente significa che tu dai una cosa a me e io do una cosa a te, ma in questo caso riesce abbastanza difficile individuare la “prestazione sinallagmatica”, cioe’ l’Italia rinuncia ad incassare le rate, ma con una sola condizione: che il governo albanese spenda questi soldi in sostanziale accordo con il governo italiano, o meglio sotto una qualche vigilanza dei suoi funzionari, e che magari li spenda in modo da far lavorare gli italiani.

In realta’ le regole che i governi albanese ed italiano si sono dati per spendere questi soldi prevedono che gli enti pubblici albanesi siano gli unici soggetti che possono fare domanda di finanziamento, ma due categorie di organizzazioni possano partecipare al progetto come fornitori di conoscenza e assistenza tecnica, e cioe’ gli enti pubblici territoriali italiani (i cui funzionari sono gia’ pagati dal contribuente italiano) e le Organizzazioni Non Governative (anche quelle albanesi), cioe’ quelle organizzazioni quasi sempre retrobottega di partiti e di movimenti politici di regime, che sono le uniche in grado di far mandare la “segnalazione politica”, passaggio indispensabile per passare la selezione. Forse e’ proprio questa la “prestazione sinallagmatica”, quella di assegnare i fondi a progetti in cui operino soggetti graditi al donatore.

Come funziona IADSA

Ad ogni bando di selezione di progetti un apposito ufficio della Cooperazione Italiana definisce l’importo massimo finanziabile e quali enti pubblici albanesi possono presentare la domanda di finanziamento a fondo perduto, domanda che viene immancabilmente preparata (in lingua inglese!!) da “opportuni” interlocutori italiani, siano esse ONG o enti pubblici in trasferta. Dopo il tempo necessario per la valutazione, affidata ad una commissione congiunta tra Ambasciata e governo albanese, viene emessa una graduatoria che indica i progetti vincitori, i quali hanno fino a due anni di tempo per essere realizzati. Si suppone che lo stesso ufficio abbia il dovere di monitorare l’andamento dei progetti, ma non vi sono dati pubblici in proposito.

La commissione di valutazione e’ composta dall’Ambasciatore Italiano e dal Ministro delle Finanze Albanese, mentre l’ufficio di supporto, chiamato Technical Support Unit (TSU) e’ composto da due condirettori scelti dalle parti (uno dovrebbe rappresentare gli interessi italiani e l’altro quelli albanesi) e da tre persone di supporto (un finanziere, un logista e una assistente).

Nella composizione della TSU emerge una situazione quanto meno curiosa: l’attuale condirettore albanese (quello che agisce per conto del governo albanese) e’ l’ex consulente espatriato dell’Ufficio di Tirana della Cooperazione allo Sviluppo, Isi Ademi, albanese con passaporto italiano, laureato in Toscana, gia’ quasi candidato (estromesso all’ultimo momento dalle liste) al Parlamento Italiano nel 2013 nelle liste del PD (e in quella qualita’ arrivato alla Cooperazione) piu’ conosciuto per essere il Segretario del Circolo del Partito Democratico Italiano a Tirana, e di cui e’ noto il desiderio di essere candidato del PD nel cosiddetto “listino” (quelli che vengono sicuramente eletti senza preferenze, come la famosa igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti, o come il figlio di Umberto Bossi) alle prossime elezioni regionali in Lombardia, millantando la sua nuova residenza a Bergamo e le molte migliaia di albanesi residenti in Lombardia (in Italia alle elezioni amministrative votano anche gli stranieri residenti). Ademi ha evidentemente ritenuto conveniente lasciare un posto ben remunerato e tutelato come espatriato italiano in un Ufficio Diplomatico Italiano in Albania per passare alle dipendenze dell’amministrazione albanese; vari personaggi coinvolti nella gestione dei progetti suggeriscono a mezza voce di rivolgersi a lui per redigere domande di finanziamento in modo che abbiano piu’ possibilita’ di successo.

L’altra possibilita’ di successo e’ di avere l’appoggio dell’Ambasciatore Italiano, che sulla base di accordi non scritti avrebbe una quota predefinita di progetti di sua spettanza, il resto e’ in mano al Ministro delle Finanze Albanese. In questo ruolo l’Ambasciatore Gaiani si e’ distinto per avere promesso appoggio indistintamente a tutti; i risultati ovviamente non sono stati altrettanto confortevoli per tutti, ma almeno alcuni assidui frequentatori della Residenza sono stati premiati con il finanziamento di progetti di cui non si capisce la necessita’ o l’urgenza, come il Bunker finto sotto al Ministero dell’Interno, che verra’ attrezzato a museo del comunismo da una ONG controllata da un noto editore italiano in Albania, vicino a Gaiani e anche a Rama, e soprattutto amico stretto di Ademi.

Beneficiari reali non trasparenti

Il problema di fondo e’ che IADSA rimane avvolta in una nuvola di fumo, un vero capolavoro di mancata trasparenza, e dopo anni di funzionamento ancora non e’ possibile sapere a chi, e per cosa, sono andati i soldi. Infatti anche il programma IADSA ha il suo sito internet, addirittura in tre lingue, ma sul sito e’ a oggi impossibile avere una informazione completa dei progetti finanziati e dei soggetti in essi coinvolti. Lo stesso accade visionando il sito Openaid del Ministero degli Esteri.

Dalle chiacchiere nei ristoranti, dai siti web di alcune organizzazioni, e da qualche volutamente scarno comunicato stampa emesso dagli uffici dell’ambasciata di Tirana, e infine dal sito web di IADSA, si scopre che a partire dal 2012 sono state organizzati 4 bandi di selezione progetti per complessivi circa 15 milioni di euro suddivisi in 42 progetti vincitori.

Se consultate il sito www.iadsa.info potrete vedere che dei 4 bandi sono stati pubblicati scarni resoconti, diversi per formato e contenuti, ma ad oggi e’ impossibile ricavare da quel sito una informazione completa di cosa e’ stato finanziato e a chi. Solo acrobatici titoli di progetto come “Innovative social services for vulnerable (de-institutionalisation practices)” oppure “Building Stronger Communities Through Business Incubation”, o il demagogico “Building Bridges of Partnerships for Arras Community Development” o il piu’ moderno “Innovation Hubs” per arrivare al “Planning and Catalytic investments for social cohesion and sustainable tourism development in Gramsh” in cui l’ aggettivo “catalytic” (normalmente piu’ usato per le marmitte delle auto) deve aver prodotto suggestioni ecologiche ai valutatori spingendoli all’approvazione del progetto. Dopo ogni titolo segue l’importo del progetto, ma il beneficiario e soprattutto la “controparte” italiana vengono accuratamente taciuti.

Forse anche per questo velo di mistero, IADSA e’ sulla bocca di tutti gli italiani che si aggirano in Albania alla ricerca di fondi pubblici, in particolar modo delle centinaia di burocrati di vario ordine e tipo in cerca di una nuova missione, tutti propongono progetti ai loro amici burocrati albanesi, firmano memorandum, preparano business plan, e lobbano presso l’Ambasciata per avere approvato il finanziamento. Ma mediamente solo un progetto su quattro presentati ottiene il finanziamento.

Questo ovviamente aumenta il potere e la “moral suasion” dell’Ambasciatore e la centralita’ dell’Ambasciata rispetto a questa folla di funzionari in vacanza, spesso inesperti ed assai difficili da coordinare.

Ma cosa ha prodotto di utile, per il popolo albanese, o per il popolo italiano, tutto questo fiorire di proposte progettuali?

Come gia’ accennato il sito di IADSA, come quello della Cooperazione allo Sviluppo, sono assai avari di informazioni, solo si capisce che il programma finanzia perseguendo obiettivi ogni volta diversi, c’e’ chi ristruttura una scuola o un centro sanitario con la scusa di farci dentro un corso di formazione, chi ristruttura una casa per anziani, chi organizza convegni e seminari per addestrare la burocrazia locale, chi (ahime’) ristruttura un incubatore di business a suo tempo finanziato dalla UE e ovviamente andato in malora appena terminati i soldi del finanziamento, chi organizza donazioni di sangue, e chi persegue non meglio dettagliate strategie di inclusione sociale degli zingari, e molti che organizzano sistemi di bed & breakfast “bio” e “a kilometro zero” in mezzo alle montagne albanesi spacciandoli per turisno sostenibile, per non parlare del museo dentro al bunker, e di altre amenita’ simili destinate a chiudere pezze in un sistema di budget e di pianificazione degli investimenti che fa acqua da tutte le parti.

In somma tutte cose destinate a tagli del nastro in campagna elettorale, una serie di piccoli interventi a pioggia sul territorio, destinati a lasciare le cose come stanno, ma a garantire moneta elettorale, propaganda, e qualche occupazione di parenti ed amici del potere in carica negli angoli piu’ sperduti del paese; e questo forse e’ il ritorno della parte politica albanese, ma il popolo italiano, che ha rinunciato ad incassare quei 15 milioni dal governo albanese, che ci guadagna? Noi non siamo riusciti a trovare una risposta attendibile, ma evidentemente le valutazioni ufficiali, pur essendo terminato solo un terzo dei progetti finanziati, sono molto positive, al punto che pochi giorni orsono l’Ambasciatore Cutillo e il Ministro delle Finanze Ahmetaj hanno firmato un protocollo per passare a IADSA un’altra trance di 20 milioni di euro di debito scaduto.

Con i 14,5 milioni della prima tornata e i 20 milioni della seconda gia’ avremmo potuto costruire una strada importante, o un ospedale, o piu’ semplicemente pagare le spese sanitarie degli albanesi che, quando serve, continuano ad usufruire gratuitamente della sanita’ in Italia.

I progetti da presentare obbligatoriamente in inglese sono un altro capolavoro logico. Ma non era un obiettivo della nostra politica estera la diffusione della lingua italiana? Se un funzionario albanese vuole finanziamenti italiani almeno impari la lingua, almeno faciliteremmo l’inserimento nella burocrazia locale dei tanti bravi ragazzi laureati in Italia.

In realta’ tutto questo programma sembra stato concepito solo per far giocare il cosiddetto “terzo settore”, che in nome dell’intervento umanitario si assegna buoni stipendi e finge di vigilare su se stesso, o in subordine per attrarre le cooperazioni decentrate degli enti territoriali, che pur lamentando di non poter piu’ servire i loro cittadini a causa dei tagli di bilancio, continuano a costruire improbabili (e onerose) missioni di cooperazione internazionale.

Certamente la rinuncia ad incassare dei crediti, spesso concessi a condizioni assolutamente politiche (ad es. 0,75% di interesse annuo, con molti anni di grazia e scadenze lunghissime), e per di piu’ nell’attuale situazione delle finanze italiane, appare come una scelta comunque discutibile, ma siamo sicuri che, se fossero disponibili piu’ informazioni sull’attivita’ di tutto il sistema pubblico italiano in Albania, sarebbero ben altre le situazioni di cui ragionare.