Il plotone d’esecuzione e’ stato evocato ma non usato, e i 140 cosiddetti “rappresentanti del popolo” hanno votato unanimi sotto la minaccia americana, senza un lamento, senza una contestazione sul modo, senza un minimo di dignita’ politica e sociale, con l’eccezione di Genz Pollo, l’unico ad aver fatto una dignitosa dichiarazione sulle minacce americane. Poi, per darsi un contegno, tutti a fare commenti epocali sul trionfo della politica consensuale, ma il consenso, lo dice la parola stessa, e’ il sentire comune, il pensare allo stesso modo, e tutti hanno visto che di comune, nel rito celebrato ieri in Parlamento, c’era solo la paura.
Forse tecnicamente la Riforma della Giustizia approvata ieri e’ la migliore possibile, questo solo la storia potra’ dirlo, ma sulla legittimita’ politica di questa riforma, mascherata con un consenso estorto da fuori, i dubbi lascieranno presto il posto alle certezze.
Un parlamento delegittimato e pieno di persone contigue ai criminali, facilmente ricattabili da chiunque abbia capacita’ investigative, ha ritenuto di comprarsi un supplemento di immunita’ celebrando il rito del consenso unanime.
Ma il punto fondamentale, se ancora la democrazia ha un valore, rimane quello della legittimita’ del parlamento, cioe’ della sua vera attitudine a rappresentare la volonta’ del popolo, e poi, ancora prima e piu’ in profondita’, quello della reale volonta’ del popolo di avere una giustizia “inflessibile” e che applichi le leggi approvate dal parlamento, magari ancora una volta importate e imposte sotto la minaccia di “sanzioni” da parte degli internazionali.
Anche se la vita, sociale o privata, albanese e’ costantemente alla ricerca delle scorciatoie, bisognerebbe finalmente comprendere, e far comprendere a tutto il popolo, che non ci sono scorciatoie nei processi di sviluppo sociale, come purtroppo non ci sono scorciatoie nei processi di sviluppo economico.
Il grande equivoco dell’integrazione ha portato il parlamento albanese nei 25 anni di transizione ad approvare (esattamente come e’ successo con la Riforma della Giustizia) una quantita’ di leggi che inseriscono in Albania una serie di precetti giuridici assolutamente estranei alla vera cultura locale, intesa come il complesso delle norme non scritte ma intimamente accettate che regolano la convivenza civile.
Molti di questi precetti, malamente tradotti e mai compresi nemmeno dal legislatore, non sono affatto compresi, sentiti, percepiti come crimine dalla maggioranza della popolazione, che per questo non si cura affatto di violarli.
Gli esempi della normativa antiriciclaggio, del divieto di coltivazione della droga, della legge antifumo, di tutte le norme sulla corruzione privata, di quelle sul diritto d’autore, per non parlare del fallimento o dell’esecuzione forzata dei debiti, o addirittura delle licenze di costruzione (600.000 legalizzazioni), semplicemente scompaiono di fronte al clamoroso grottesco esempio fornito da un intero sistema governativo (e ahime’ pure diplomatico) intento ad ottenere, con le promesse o con le minacce, il voto dei singoli parlamentari “per riformare la giustizia e lottare la corruzione”.
La nostra storia recente e’ piena di leggi che recepiscono norme internazionalmente accettate e che poi vengono applicate in modo del tutto distorto in Albania (e magari solo agli stranieri, cosi’ le loro ambasciate smettono di scocciare), e questo puo’ essere addebitato alla classe politica, ma e’ soprattutto un problema di cultura diffusa. Le leggi, prima di essere lo strumento del giudice e del poliziotto, devono essere sinceramente e intimamente condivise dal popolo, o almeno dalla sua maggioranza, altrimenti la loro applicazione sempre sara’ un fallimento. Questo e’ l’unico consenso vero.
