Scontenti di tutto, litighiamo su tutto, emigriamo tutti?

exit.al 16 Maj 2016, 15:19

Nei giorni scorsi un sondaggio promosso dall’ NDI ha rivelato che quasi il 70% degli albanesi e’ scontento dell’operato dell’opposizione (solo il 14% e’ contento), mentre quasi il 57% degli intervistati e’ scontento dell’operato del governo (solo il 25% e’ contento).

Anche il malcontento per l’operato del Parlamento e’ molto alto al 57,5% (solo il 22% e’ contento).

Purtroppo il sondaggio e’ costruito su un campione molto sbilanciato, con troppi dipendenti pubblici (quasi il doppio rispetto alla rappresentanza reale nel paese), e troppo pochi disoccupati o non occupati, il che aiuta le posizioni del governo, ma i  tre dati del malcontento verso governo, opposizione e Parlamento sono cosi’ grandi da poter variare anche molto senza modificare il messaggio che se ne puo’ trarre.

Gli albanesi sono scontenti, sia con l’opposizione che con il governo, e comunque sono arrabbiati con la politica, e con la sua sintesi che e’ il Parlamento.

Il governo, sia cercando di far pagare energia elettrica e tasse a tutti, sia cercando di riordinare varie situazioni edilizie ed urbanistiche, ha creato molto scontento, perche’ ha messo in atto delle strategie non trasparenti, e soprattutto apertamente selettive, dando l’impressione, diventata via via certezza, che il gruppo al potere stava favorendo solo i suoi amici, e che la “costruzione dello stato” era solo un pretesto ed un alibi per il rafforzamento delle proprie posizioni di potere e soprattutto di quelle finanziarie personali del gruppo dirigente.

La crisi economica circostante l’Albania ha fatto il resto, e l’incapacita’ del governo di attrarre sufficienti nuovi investimenti ha messo a nudo la debolezza della strategia economica e fiscale, mentre una propaganda basata su dati inesatti (quanto facilmente verificabili come tali) sta producendo una situazione di sfiducia che ha ulteriormente aggravato la situazione economica.

E gli albanesi, sempre piu’ sfiduciati, se ne vanno in Europa a cercare un futuro, mentre gli investitori, perplessi se non scoraggiati, stanno alla finestra.

Questo basta a spiegare il malcontento per l’azione governativa, ma come spiegare il duplice malcontento (sia per il governo che per l’opposizione) espresso da una gran parte degli intervistati?

Evidentemente una gran parte dei cittadini albanesi che non apprezza il governo ritiene che l’opposizione sia inadeguata, cioe’ che non e’ in grado di costringere il governo a ben governare, e nemmeno riesce ad esprimere una alternativa credibile, sia per livello delle proposte politiche che a livello di persone.

Dalla sconfitta elettorale del 2013 il Partito Democratico non e’ piu’ riuscito ad interpretare il ruolo del partito d’opposizione, non ha mai assunto una posizione  chiara e propositiva sulla principali questioni, non ha mai affrontato seriamente una questione, in definitiva non ha mai veramente cercato di mettere alle corde il partito di governo.

Nemmeno quando gruppi di cittadini “autoconvocati” hanno denunciato situazioni assai critiche di legalita’ la reazione del  PD e’ stata incisiva e costruttiva, anzi, nella maggior parte dei casi, quando il PD e’ intervenuto, ha  ottenuto il risultato contrario, quello cioe’ di delegittimare proteste che erano basate sul rispetto della legge.

Certamente l’azione  politica di Basha e’ sostanzialmente frenata dalla presenza incombente di Berisha, che sembra non aver ancora deciso se essere “king” oppure “king maker”, ma l’incertezza della leadership, accompagnata da una certa banalita’ delle argomentazioni politiche, e soprattutto la mancanza di azioni chiare contro il governo, hanno ridotto al minimo le aspettative che il popolo albanese puo’ riporre in Basha come alternativa al governo di Rilindja.

Lo stesso Berisha, con la sua improponibile chiamata alle armi, sembra aver voluto fare chiarezza, sia su chi comanda a destra, sia su quale possa essere la linea d’azione futura, per la verita’ non molto innovativa e nemmeno molto accattivante.

Le cancellerie occidentali e i loro inviati a Tirana negli anni del duopolio Nano-Berisha hanno costantemente predicato il metodo del dialogo e del confronto, facendo chiaramente capire che non avrebbero potuto integrare nella UE un paese governato da forze politiche incapaci di trovare una posizione comune, e a tutti gli osservatori della politica albanese e’ sembrato che la nuova coppia Rama – Basha potesse “interpretare” tale ruolo, ma Basha non e’ riuscito a proporsi come politico del dialogo con il governo, come politico dell’alternanza democratica, fallendo sul primo esame fondamentale: il ruolo del leader di una opposizione parlamentare democratica e costruttiva.

Infatti in questo ruolo, gia’ per lui difficile ed innaturale, e’ stato astutamente spostato da Rama (di indole totalmente autocentrica e incline ad evitare sia il Parlamento che ogni altra forma di dibattito) su un terreno assai scivoloso dove Basha ha perso il contatto con la sua base senza nemmeno riuscire ad essere interlocutore parlamentare del governo.

Del resto, per dialogare bisognerebbe essere almeno in due.

Questo spiega il malcontento verso l’opposizione e anche quello verso il Parlamento, che e’ tornato ad essere seguito in televisione dal popolo solo per le battute e le offese reciproche, piu’ che per le argomentazioni politiche.

Infine la chiamata alle armi di Berisha annuncia il ritorno a quella “politica del conflitto”, realmente sempre desiderata da Rama, il quale pensa di poter cosi’ vincere facilmente, speculando, come gia’ fecero troppo  a lungo i socialisti di Nano, sulla paura di molti albanesi, e anche di molte cancellerie, per il possibile ritorno al potere di Berisha.

Ma questa volta Rama ha raggiunto in meno di tre anni di governo il livello di malcontento che Berisha produsse in sei sette anni di governo, e le cancellerie occidentali potrebbero essere distratte da altre situazioni, o pretendere davvero quella stabilita’ economica e politica necessaria a fermare l’emigrazione e le richieste di asilo.