Spudorati calunniatori o ignoranti funzionali? – La macchina del fango su Zagani 2

exit.al 2 Nëntor 2017, 10:28

Dopo le esibizioni artistico giornalistiche sulle proprieta’ immobiliari di Dritan Zagani, tese a screditarlo agli occhi della pubblica opinione, la strategia del sistema immunitario di Rilindja appare evidente con l’uscita televisiva del premier Rama, ospite di un Arian Cani subdolamente ironico.

Il premier Rama ha dichiarato, scandendo le parole e ribadendo almeno due volte il concetto, che Dritan Zagani non e’ attendibile perche si tratta di una persona che ha fatto dichiarazioni dopo essere stata  colpita dalla legge “. . . e condannata dal Tribunale dei Crimini Gravi, per aver decospirato azioni di polizia”.

Peccato che ormai tutti i giornalisti d’Albania, e una buona parte dei loro lettori, sappiano ormai molto bene tutta la storia di Dritan Zagani, e hanno capito benissimo che lui e’ stato arrestato perche’ si era avvicinato troppo alla verita’ sugli Habilaj e sui loro legami, e’ stato accusato di “Abuso di ufficio” e di “Omessa denuncia di crimine”, reati che non competono alla Procura dei Crimini Gravi e al relativo Tribunale, per questo e’ stato detenuto in carcere piu’ di 6 mesi, poi il suo procedimento penale e’ stato trasferito per competenza (gerarchica e territoriale) alla Procura di Fier e li abbandonato quasi un anno intero agli arresti domiciliari nel corso di un processo che non avanzava perche’ non si voleva che avanzasse, fino a quando e’ fuggito in Svizzera ed ha iniziato a rilasciare interviste ai media albanesi sulle connessioni Tahiti-Habilaj.

Ma il mago della comunicazione, il premier Edi Rama, mette tutto il suo carisma in TV per delegittimare le denunce di Zagani, definendolo “un condannato” che ha parlato solo dopo essere stato colpito dalla legge, sottointendendo cosi’ che si tratta di uno che urla per farsi coraggio, un infame che e’ disposto a dichiarare qualsiasi cosa per salvarsi.

Non sappiamo se Rama si sia fatto prendere dalla foga retorica o se piuttosto, come sembra piu’ probabile, questa accusa del tutto infondata sia stata lanciata scientemente per confondere sempre di piu’ almeno quella parte di elettorato socialista che ancora crede alla “veriginita’” del premier e a quella, ormai piuttosto compromessa, di Saimir Tahiri, ma le subdole notizie sul presunto patrimonio personale di Zagani, pubblicate e ripubblicate dai media e dai giornalisti di regime, lasciano propendere per la seconda tesi.

Alle false affermazioni del premier risponde il leader del PD, Basha, suggerendo alla procura di indagare i funzionari dei servizi interni della Polizia che hanno promosso l’arresto di Zagani, e dopo poco arriva la replica di Taulant Balla, capogruppo parlamentare del Partito Socialista, che per smentire Basha pubblica la “prova”, cioe’quella che secondo le sue cognizioni giuridiche sarebbe la sentenza di condanna di Zagani.

Ma la sentenza pubblicata da Taulant Balla non e’ altro che la convalida dell’arresto di Zagani, presa dal un giudice monocratico su richiesta della Procura dei Crimini Gravi che stava iniziando le indagini, cioe’, in un paese normale, la presa d’atto che sussistono indizi (da provare nel corso del processo) e il pericolo di fuga dell’indagato o quello di inquinamento delle prove da parte sua.

Certamente e’ impressionante che il capogruppo parlamentare del Partito Socialista, che vanta di aver conseguito “magna cum laude” i suoi alti studi giuridici in una universita’ di una ridente cittadina della Moldovia rumena, di cui sbaglia a scrivere il nome nel suo curriculum da canditato al parlamento, non riesca a distinguere la differenza tra una convalida d’arresto e una sentenza di colpevolezza. Ma forse semplicemente non vuole.

Le voci dell’opposizione sommergono di critiche il principe dei giuristi parlamentari socialisti quando, con un colpo a sorpresa un altro organo di regime (appena rientrato nelle file della stampa di regime grazie al conseguimento di fondi, o altre utilita’, testimoniato da vari articoli elogiativi di insediamenti turistici) pubblica una sentenza del dicembre 2016 di condanna a tre anni di reclusione di Dritan Zagani per evasione dagli arresti domiciliari, sentenza che non riporta il nome dell’avvocato, e che ne Zagani ne il suo avvocato sapevano di aver subito. Insomma, tutti i fedelissimi di Rilindja impegnati a dimostrare che Zagani e’ un condannato, quindi un infame, e le sue affermazioni sono qualificate in partenza, come ha solennemente proclamato il capo politico.

Per dirla in un altro modo, se proprio Rama ha confuso la realta’, cambiamo la realta’, o almeno ne mostriamo una che ambiguamente rassomigli a quella maldestramente raccontata dal leader globale.

Anche una ovvia condanna per “abbandono degli arresti domiciliari”, inflitta in gran fretta e in gran segreto a Dritan Zagani, non puo’ cambiare la situazione, essendo ovvio che Zagani era detenuto in attesa di un processo che non si e’ mai voluto concludere, com’e’ ovvio che Zagani ha effettivamente commesso quell’atto per cui e’ stato condannato (l’abbandono degli arresti), e come e’ evidentissimo che questo e’ avvenuto dopo, molto dopo l’inizio delle sue tribolazioni giudiziarie.

Molto meno ovvio e’ che Zagani sia stato processato e condannato in soli due mesi (mentre il processo vero, quello per cui era stato arrestato nel 2014 ancora langue) e presumibilmante con un avvocato d’ufficio (cioe’ scelto da quello stesso stato che lo accusa) mentre nemmeno l’avvocato scelto da Zagani per il procedimento principale (abuso d’ufficio) sarebbe stato avvisato.

Drammatico, piu’ che curioso, dal punto di vista della civilta’ e della logica giuridica, e’ che nel dispositivo della sentenza di condanna  a tre anni di carcere si usi il fatto che l’impotato fosse sotto processo penale (ovviamente non arrivato a sentenza) per evidenziarne la pericolosita’ sociale e quindi non concedere attenuanti: usare una imputazione (non ancora giudicata) per dimostrare una colpa e’ cosa che non puo’ passare nemmeno in Corea del Nord.

Solo gli esperti di procedura penale albanese possono valutare la regolarita’ di un simile procedimento, ma il sentore di processi segreti, utili a dimostrare che una persona invisa al governo e’ un criminale, degni di altre epoche e per nulla accettabili nell’Europa di oggi, sembra dare una luce e un aroma molto diverso ad una riforma della giustizia che stenta a decollare.

Quello che e’ successo e sta succedendo a Dritan Zagani (e sembra anche agli altri tre poliziotti di Fier colpevoli di aver accompagnato in commissariato l’auto degli Habilaj e di Tahiri) e’ evidentemente parte di una persecuzione giudiziaria con finalita’ politiche, e le operazioni calunniatorie e delegittimanti messe in atto da vari esponenti della maggiornza in questi giorni lo dimostrano in maniera sempre piu’ evidente.