Quando la legge bussa alla porta - Tahiri vs. Zagani

exit.al 27 Tetor 2017, 10:24

Dritan Zagani e’ un ufficiale di Polizia, nativo di Scutari, in servizio come Capo della Sezione Antidroga del Commissariato di Polizia di Fier, un mestiere scomodo e pericoloso, una paga al limite della sopravvivenza e molte “tentazioni”, tra informatori a pagamento e sospetti di collusione con il nemico.

Ma lui ci crede e tenta di fare bene il  suo lavoro, anche se il sospetto che qualcuno decospiri le operazioni che lui organizza ha preso corpo da tempo. Per questo ha incominciato a passare le informazioni ai suoi colleghi della missione della Guardia di Finanza italiana, perche’ almeno loro potessero arrestare i criminali quando arrivavano in Italia.

Come tutte le sere, anche il primo di maggio del 2014 alle 5 di sera chiude la porta della sua spoglia stanzetta del Comando di Fier e con la sua scassata automobile rientra a Valona dove abita con i suoi anziani genitori, la moglie e le tre figlie in un piccolo appartamento in affitto nel quartiere di Skela.

Una cena semplice, due chiacchiere davanti alla televisione e poi a letto, non ci sono ne i soldi e ne la voglia di uscire per le strade di Valona.

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Saimir Tahiri e’ un giovane ambizioso figlio di un commerciante di farmaci, che dopo un infruttuoso tentativo di studiare in Italia, culminato da un lungo e ambiguo “esaurimento nervoso”, rientra in Albania e si laurea in Giurisprudenza. Il suo primo lavoro e’ quello di portavoce del Partito Socialista, e da li’ diventa direttore esecutivo della Fondazione Qemal Stafa grazie alla quale nel 2009 viene eletto deputato del Partito Socialista. Per fare politica, si sa, occorre conoscere gente, e Saimir diventa un assiduo frequentatore dei pub di Tirana, dove conosce i personaggi piu’ in vista del paese.

Saimir e’ uno pratico e, grazie alle sue conoscenze della vita notturna, organizza le squadre che devono “proteggere il voto” nelle elezioni del 2013, e il meritato premio ricevuto dal Premier Rama e’ il posto da Ministro degli Interni.

Nella disgraziatissima classifica dei Ministri degli interni della storia d’Albania, riuscira’ ad essere il piu’ longevo, grazie ad un perfetto sistema di pubbliche relazioni, passando dall’ingresso trionfale della polizia a Lazarat, fino ad organizzare le poliziotte sul Boulevard di Tirana, tutte molto carine, che distribuiscono fiori alle autiste femmine nel giorno della Festa della Donna.

Certo, qualche disturbo arriva sempre, come le critiche per aver promesso di chiudere tutti i casino’ in centro a Tirana ed aver poi usato l’operazione di Polizia per riorganizzare il mercato dei giochi di fortuna, o la bomba al negozio del padre con successive retate di efferati criminali tutti presto scarcerati, o incredibili sequenze di attentati dinamitardi senza colpevoli, o la lunga e intensa sequenza di omicidi mai spiegati, o, infine quell’insistente accusa (secondo il suo partito del tutto ingiustificata) di aver lasciato coltivare la cannabis in Albania, al punto che sono cominciati addirittura i trasporti con gli aerei.

Un fastidio particolare gli e’ arrivato da quel poliziotto di Valona che lo accusava di aver dato la sua auto, e quindi la sua copertura, ai suoi cugini di Valona, in realta’ onesti commercianti di ortofrutta, ma il suo ruolo di Ministro e la sua forza politica derivante da un intimo rapporto con il Premier gli hanno facilmente consentito di scavalcare il problema, citando consenzienti rapporti della Guardia di Finanza che smentivano il problema.

Ma quando l’opposizione minaccia di boicottare le elezioni, ottiene la sua testa, e dopo una tornata elettorale vittoriosa per il suo partito, Saimir Tahiri non ottiene nessun portafoglio da ministro, dovendosi accontentare di un fumoso incarico politico come coordinatore del progetto di co-governo, una balzana invenzione del Premier priva di significato e soprattutto di potere reale.

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All’una di notte suonano alla porta di casa di Dritan Zagani, si sente un gran tramestio, molte persone vociferano sul pianerottolo.

Da dietro la porta Dritan chiede chi siano e quelli gli dicono di aprire che sono colleghi che sono venuti a prenderlo per arrestarlo. Dritan non vuole aprire, la sua formazione da poliziotto gli ricorda che in Albania non si possono arrestare le persone tra la dieci di sera e le cinque del mattino, a menoche’ non siano armate e pericolose. Loro insistono per entrare ma senza forzare la mano, sanno che quello che stanno facendo al collega non e’ piacevole, e forse nemmeno giusto, e lui continua a dire loro che non possono farlo.

Nessuno gli mostra un mandato firmato dal giudice, e nemmeno gli dice perche’ lo vogliono arrestare.

Tutto il palazzo e’ stato svegliato dai rumori dei poliziotti, dalle urla e dai pianti delle bambine, tutti, curiosi, si affacciano sulle scale per capire cosa sta succedendo, mentre una decina di poliziotti attende in strada, fumando e chiacchierando accanto alle cinque auto arrivate da Tirana sotto il comando del capo dei servizi interni del Ministero degli Interni.

Lo stress aumenta e gli gioca un brutto scherzo, e Dritan sviene, accasciandosi sul pavimento. La moglie spaventata apre la porta per farsi aiutare dai poliziotti a soccorrerlo, e loro entrano in tanti, mentre le bambine piangono a dirotto, la moglie strilla spaventata mentre i suoi vecchi assistono i silenzio, intimoriti dal ricordo di altri tempi che speravano passati.

Lo rianimano su un divano, mentre gli animi si calmano. Lui cerca e ottiene che nella piccola casa restino solo quei pochi poliziotti necessari. Questi, rimasti in sei, procedono con un certo imbarazzo alla perquisizione dell’appartamento e mettono in una scatola tutto quello che trovano di elettronico, registratori, chiavette USB, il computer, la macchina fotografica.

Dritan insiste ed ottiene che facciano almeno un processo verbale della perquisizione e delle cose che vogliono sequestrare, quelle cose faticosamente acquistate per zelo professionale e qualcuna regalata dagli amici della Guardia di Finanza, e che Dritan non vedra’ mai piu’.

A Dritan gira ancora la testa, allora lo portano all’ospedale di Valona dove gli fanno le analisi e scoprono che per lo stress tutti i valori degli zuccheri sono alterati, gli fanno una flebo e dopo due ore lo ricaricano sulla macchina della Polizia, e alle cinque del mattino ripartono per Tirana, dove Dritan restera’ tre interi giorni in una cella alla direzione di  Polizia di Tirana, senza contatti con nessuno e senza spiegazione alcuna.

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Il giorno 16 ottobre 2017 alle tre del pomeriggio l’ex Ministro degli Interni Saimir Tahiri si appresta a concludere una normale giornata di lavoro come Capo del Partito Socialista di Tirana, tra visite nelle varie sezioni, photo opportunity per i numerosi giornalisti al seguito, conferenze stampa e qualche riunione di lavoro, quando il suo efficentissimo ufficio stampa gli comunica che Dritan Zagani ha appena annunciato sul suo Facebook che Moisi Habilaj, un cugino del Ministro con cui lo Zagani aveva avuto uno scontro che per lui era risultato  fatale, e’ stato arrestato nell’ambito di una complessa inchiesta antidroga portata avanti da anni dalla Procura Antimafia di Catania.

Il post di Zagani scatena la stampa albanese, e subito dopo la politica comincia il suo rituale di insulti, presto aggravati dalla pubblicazione di alcune intercettazioni in cui il “cugino” Habilaj si vanta di godere della copertura del Ministro, di usare i poliziotti albanesi come facchini e addirittura di usare i radar della Difesa albanese per evitare problemi in navigazione quando trasporta la droga dall’Albania. Infine la dichiarazione intercettata di Habilaj di dover dare trentamila euro al Ministro, anche se questo ne guadagna cinque milioni ogni mese.

L’opposizione pubblica immediatamente il documento integrale di 416 pagine della Procura italiana, lasciando intendere che lo ha ricevuto dai servizi italiani, il che da’ alla storia la dimensione di un “redde rationem” diplomatico internazionale.

La difesa politica da parte del Partito Socialista diventa improvvisamente esitante e Tahiri e’ costretto ad una serie di incontri con i vertici politici, ovviamente a porte chiuse, ma di cui ogni giornalista si diverte a raccontare immaginari contenuti burrascosi, ricatti incrociati, minacce di coinvolgere tutto il governo, e altre amenita’. Lo stesso Tahiri, uscendo di casa, alimenta il sospetto di un braccio di ferro con il Partito Socialista rispondendo laconicamente ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla richiesta del suo arresto per “gruppo strutturato criminale” preparata con sospetta tempetivita’ dalla Procura albanese: “Non avete ancora visto niente”.

La Commissione dei Mandati del Parlamento, riunita d’urgenza per approvare o meno la richiesta di arresto e di perquisizione dell’abitazione dell’ex ministro, viene abilmente trasformata in un processo ai procuratori, un processo di stile comunista in cui la politica, o meglio il partito di governo  trova la sua compattezza in una linea ambigua che prende le distanze dall’ex-ministro senza abbandonarlo al suo destino: indagatelo, perquisitelo ma non lo potete arrestare.

Dopo due giorni, l’aula del Parlamento approvera’ questa decisione e Saimir Tahiri rimane libero di approntare la sua difesa, prima di tutto nell’ambito del Partito Socialista, che poi, se l’appoggio politico reggera’, la magistratura albanese non potra’ fare nulla in piu’, perche’ nel frattempo il governo esercitera’ le sue prerogative nel “vetting” e di quei procuratori e nemici politici non restera’ nemmeno l’ombra.

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Dritan Zagani dopo tre giorni di fermo (il termine legale e’ 48 ore) presso la Polizia di Tirana riceve infine la visita di un avvocato penalista, forse chiamato da qualche suo collega, che lo informa che e’ stato arrestato per abuso d’ufficio e sospetta collaborazione con gruppi criminali e poi lo accompagna al Tribunale dei Crimini Gravi dove viene convalidato l’arresto.

Per altri sei mesi e otto giorni Dritan restera’ in cella aspettando inutilmente che qualcuno, procuratore o inquirente, gli rivolga una qualche domanda, ma nel frattempo, dopo aver cambiato avvocato, e’ riuscito a scoprire almeno che  i “gruppi criminali” con cui avrebbe collaborato altro non erano che la Guardia di Finanza italiana, in Albania per una missione di assistenza alla Polizia albanese.

Dopo un altro anno di arresti domiciliari, e dopo molti “avvertimenti” sulla salute della sua famiglia, visto che il suo processo, nel frattempo spostato a Fier e derubricato a semplice abuso d’ufficio, viene celebrato con esasperante e per nulla rassicurante lentezza, Dritan prende la sua famiglia e se ne va in Svizzera, dove chiede ed ottiene dal governo svizzero lo status di rifugiato politico, cioe’ quello di una persona che fugge dal suo paese per non essere incarcerata per motivi politici.

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Saimir Tahiri festeggia insieme ai suoi supporter che lo acclamano per strada, per nulla intimoriti dal carico delle accuse, e rientrato nella sua lussuosa casa si lancia in selfie celebrativi con una nota giornalista che cosi’ ci consente di vedere sia il lusso che il livello degli ospiti in trepidante attesa.

Ma adesso la palla e’ nel campo della Procura Antimafia di Catania che continua le sue scrupolose indagini, e il governo albanese, per difendere Tahiri e con lui tutta la catena del potere, si dovra’ umiliare per pietire una impunita’ di fatto ed evitare che altre notizie escano in modo sconsiderato ad alimentare una opposizione sempre piu’ rabbiosa ed affamata.

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La differenza pratica, se l’avete notata, la fa il potere. La dignita’, invece, non si compra con Mastercard.