Ritornano oggi in Italia i 200 (ma c’e’ chi dice trionfalmente 350) delegati della Missione di Sistema organizzata dalla Cabina di Regia per l’Internazionalizzazione del Governo Italiano, con lo scopo ufficiale di portare aziende italiane a fare affari in Albania.
La maggior parte dei delegati presenti erano funzionari di grandi associati di Confindustria o delle Cooperative, funzionari di aziende pubbliche e professionisti in cerca di contatti da rivendere in Italia, ma non mancavano funzionari di molte associazioni datoriali e soprattutto i rappresentanti di una ventina di aziende gia’ insediate, questi ultimi in cerca di contatti politici per risolvere le loro situazioni piu’ scomode.
Per convincere tutta questa gente alla partecipazione sono stati approntati una serie di documenti sulla situazione economica albanese, basati su dati forniti dal governo locale, contenenti abbondanti inesattezze, dati incongruenti per non dire errati, tutti “arrotondati”, guardacaso, dallo stesso lato.
La missione, organizzata su richiesta del governo albanese, avrebbe dovuto portare in Albania le grandi aziende italiane a fare affari (secondo il governo italiano), o a investire ingenti capitali (secondo il governo albanese).
Questo infatti e’ da anni il cruccio principale dei ministri albanesi e dei diplomatici italiani che, stanchi delle lamentele dei piccoli investitori italiani finora insediati in Albania, da anni a loro volta lamentano l’assenza delle grandi imprese italiane, come se i soldi delle piccole e medie imprese italiane non fossero abbastanza buoni.
Ai delegati e’ stata recitata la solita canzone della “porta dei Balcani”, della “terra delle opportunita’”, della “manodopera specializzata a basso costo”, della “fiscalita’ agevolata”, o quelle ancora piu’ romanzate dei “paesi fratelli”, della “piccola Italia”, fino a quelle totalmente inventate come la “burocrazia zero” o dei budget di investimento miliardari in euro.
La realta’ e’ che qualche impresa medio grande in Albania c’e’ venuta, ma quasi nessuna ha trovato le condizioni per prosperare o rimanere, e di quelle poche che sono rimaste ed hanno fatto qualcosa, quasi tutte hanno “tirato i remi in barca” per una serie di motivi che le istituzioni italiane ed albanesi rifiutano di considerare pubblicamente, ma che dovrebbero essere lo spunto di analisi ben piu’ profonde se qualcuno volesse veramente approcciare il problema.
Non casualmente la maggior parte delle aziende italiane che prosperano in Albania sono quelle produttive del settore manifatturiero, e in particolare quelle del manifatturiero leggero che lavorano per l’esportazione, mentre quasi tutte quelle che hanno tentato di entrare nel mercato locale per vendere i loro prodotti o servizi, o ancora peggio nel mercato concessionario e in quello degli appalti pubblici, hanno incontrato resistenze e difficolta’ quasi insormontabili, al punto di rinunciare o di cedere le proprie quote al partner locale, quando c’era.
E di fatto lo stesso stanno cercando di fare molti dei sopravvissuti: vendere e uscire da un mercato troppo piccolo, quasi asfissiante nelle sue modalita’ nascoste, e soprattutto troppo incerto e rischioso.
Anche a questo scopo i rappresentanti dei “concessionari italiani” si sono spavaldamente autoproclamati unici rappresentanti della comunita’ imprenditoriale italiana, cercando di non fare avvicinare nessun altro ai possibili compratori delle loro attivita’ e cercando di evitare ogni fuga di informazioni che possa svalutare la loro posizione rivelando ai nuovi arrivati la reale situazione albanese. Posizione questa ovviamente gradita ad un governo disperatamente in cerca di nuovi investitori, possibilmente incauti.
Purtroppo anche le istituzioni italiane in Albania preferiscono apertamente questa situazione, perche’ una grande azienda che ha problemi “ambientali” diventa un “cliente” interessante, perche’ dovendo ricorrere all’aiuto delle sue istituzioni si rende disponibile a sponsorizzare feste ed eventi, muove politici e gran commis dello stato che richiedono interventi che a loro volta dovranno ricambiare in altre occasioni, e soprattutto deve tacere, chinare il capo, e “baciare la pantofola”, mentre dalle piccole imprese in difficolta’ arrivano solo scocciature e reazioni scomposte.
Cosi’ nascono le missioni di sistema in Albania, tese ad evidenziare quasi inesistenti opportunita’ di investimento, grazie ad un corale quanto falso magnificat al governo albanese, recitato anche e soprattutto da chi di questo sistema e’ gia’ caduto in ostaggio, e da certi consulenti o professionisti, italiani o albanesi, sempre vicini alle istituzioni e sempre pronti ad a millantare capacita’ di un mercenario intervento di salvataggio.
Non e’ un caso che uno dei temi declamati nel corso della Missione sia stato proprio l’ipocrita richiamo all’unita’ della rappresentanza delle imprese italiane in Albania, mentre quegli stessi campioni dell’unita’ e della rappresentanza ostinatamente rifiutano di concedere accesso e spazi ad altre associazioni imprenditoriali spesso ben piu’ rappresentative, ma non piu’ disposte a cantare in un coro sempre piu’ evidentemente stonato.
