Le alluvioni che servono a cambiare discorso

exit.al 4 Dhjetor 2017, 18:33

Un fine settimana di piogge ha sconvolto piu’ di mezza Albania, lasciandosi dietro quasi 60 ponti distrutti, e altrettante scuole danneggiate, 10.000 ettari di territorio e 3.500 case allagate, l’arteria viaria principale del paese chiusa per quasi 20 ore, alcune sottostazioni elettriche allagate, l’acquedotto della capitale chiuso per un giorno per “turbolenze”, molte arginature danneggiate e soprattutto un mare di fango che ha coperto citta’ che il governo credeva di aver reso belle con i grandi e costosi investimenti delle “Rilindja urbana”.

Ora il governo traccia il bilancio “trionfale”:  1500 persone “salvate” con camion, barche ed elicotteri, 6.400 uomini dello stato in pronto intervento, una serie di siparietti con i principali politici abbracciati ai cittadini, con l’immancabile supersindaco che consegna gli aiuti alimentari personalmente, alcuni buoni scatti di una squadra di soccorritori ben vestiti con i loro sgargianti abbigliamenti tecnici e i loro caschetti muniti di torcia elettrica come nei servizi della televisione americana. Una ricostruita immagine di un paese solidale che lotta unito contro le avversita’ climatiche e che si compiace di aver “ridotto le perdite” grazie a investimenti e politiche (sconosciute ai piu’) degli anni scorsi.

Non poteva mancare il ringraziamento al sedicente leader dell’opposizione  ben ingaggiato a solidarizzare con il governo, e una qualche stilettata all’altro partito non piu’ al governo, il cui ministero e’ oggi considerato colpevole di non aver investito i fondi per la cura del territorio, fondi che il primo mnistro non gli ha mai voluto dare a causa della nota polemica su chi tiene il volante del paese, salvo poi pubblicare una toccante manifestazione di un gruppo di fedelissimi che abbracciavano il premier perche’ almeno questa volta, e almeno da loro, i lavori di manutenzione delle arginature erano stati fatti (sempre dallo stesso ministero) ed erano pure risultati efficaci.

Due giorni interi di collegamenti televisivi con giornalisti che “naturalmente” evidenziavano la catastrofe causata, ancora una volta, “da un evento meteo di proporzioni mai viste prima”, trasmettendo eroiche cronache a bordo di trattori che avanzavano in trenta centimetri d’acqua davanti a case e capannoni irresponsabilmente costruiti almeno due metri al di sotto del vecchio terrapieno della ferrovia, o che per ore rimandavano le immagini di una squadra di sgargianti “nuovi soccorritori” attrezzati con una barca d’alluminio in pochi centimetri d’acqua, o innovative riprese dai droni che consentivano di apprezzare la vastita’ “senza precedenti” degli allagamenti, o infine dello scomodo e faticoso ingresso su un elicottero di un bagnato e non piu’ giovane contadino. Di grande suggestione l’immagine di una decina di poliziotti che issavano un gommone su una arginatura che divideva due grandi bacini allagati, con due mitici riferimenti cinematografici, i marines che piantano la bandiera sull’isola di Iwo Jima, e il film “Fitzcarraldo” di Werner Herzog.

La modernita’ e’ arrivata in Albania e, con l’aiuto di una sapiente regia, ci ha mostrato la cattiveria della natura, contro la quale la rinata civilizzazione ha lottato, dicono loro, con successo.

Fin dalle prime ore il messaggio che tutti i media trasmettevano, citando il premier, era chiaro: “abbiamo migliorato molto la nostra capacita’ di reazione contro le alluvioni”, ma non e’ stato altrettanto chiaro in che cosa si fosse realizzato il miglioramento.

Qualcosa nella tecnica  narrativa deve ancora essere messo a punto, perche’ per i primi due giorni il contenuto delle interviste ai responsabili tecnici delle varie zone e nelle varie ore era sempre lo stesso: “Siamo qui, nel luogo del bisogno, e siamo pronti ad intervenire in caso di necessita’ . .  e adesso speriamo che smetta di piovere”, salvo poi continuare a mostrare camion delle forze armate  ai due lati di un piccolo ponte, circondati da poliziotti e militari in una inutile e inattiva  attesa che l’acqua  finisse di erodere il manufatto gia’ ampiamente lesionato, per poter poi annunciare che avrebbero montato un ponte di quelli militari.

Contro la furia della natura, evidentemente, non c’e’ cosa che l’uomo, o il governo, possa fare, inshallah!

Infatti qualcosa si poteva fare prima, non dopo, ma il governo, in questo paese, pensa solo all’oggi, e a come  rappresentare ai cittadini una realta’ addomesticata in modo che non riescano a giudicarla.

Oppure, come in questo caso, pensa a mettere in scena una grande sceneggiatura in modo da cambiare discorso, e parlare del “destino avverso” contro il quale la “volonta’ del bene” non riesce a primeggiare, invece che  continuare a parlare di droga e riciclaggio, fenomeni ancor piu’ distruttivi ma contro i quali la volonta’ politica sarebbe sufficiente.

Non e’ un caso che la rappresentazione delle alluvioni che si testavano nello scomparso Istituto di Idrologia sia oggi sostituita da pieces teatrali che  vanno in scena nel piu’ efficente Teatro Turbina costruito al suo posto.