Che la Cooperazione Italiana allo Sviluppo abbia bisogno di una sostanziosa svecchiata lo si sapeva da tempo, ma che certi suoi progetti vengano insistentemente propagandati come storie di successo, o che vengano proposti in seminari e convegni come strumenti per il sostegno alle PMI italiane che vogliono avviare attivita’ economiche in Albania, questo veramente non e’ serio, e nemmeno d’aiuto per le imprese.
Un esempio evidente e’ il programma PRODAPS, che sullo specifico sito (www.prodaps.al) viene pomposamente presentato, dopo un malinconico “benvenutti”, con una inequivocabile doppia T a celebrazione della qualita’ complessiva dei gestori del programma, come “il programma Italo Albanese per lo sviluppo delle PMI in Albania”. Negli ultimi dieci anni non c’e’ stato convegno economico promosso dall’Ambasciata nel quale non venisse propagandato questo programma come sostegno efficace alle PMI in Albania.
La genesi di questo programma, come sempre accade alla Cooperazione Italiana, risale alla notte dei tempi, e precisamente ai disordini del 1997, quando numerose aziende italiane vennero danneggiate (alcune interamente distrutte) dai rivoltosi albanesi. L’Associazione degli Imprenditori Italiani Operanti in Albania comincio’ subito dopo la fine dei disordini una lunga attivita’ legale e di lobbying per ottenere per i propri associati un indennizzo anche parziale dei danni subiti, entrando in un assurdo e continuo rimpallo tra le autorita’ italiane e quelle albanesi.
Dopo numerosi incontri con rappresentanti del governo italiano, fra cui almeno una visita a Palazzo Chigi all’allora Primo Ministro Romano Prodi, il governo italiano promise una linea di credito di almeno dieci miliardi di lire, che pero’ era evidentemente insufficiente al ristoro di tutti i danni subiti.
Pertanto l’Associazione propose di trasformarla in un Fondo di Garanzia che potesse aiutare le imprese danneggiate ad accedere al credito bancario. Il Governo Italiano comunico’ all’AIIOA che data la complessita’ del problema avrebbe incaricato la Cooperazione Italiana di studiare le modalita’ tecniche, e infatti nei mesi successivi arrivarono in Albania alcuni “esperti di Cooperazione” che fecero lunghe interviste ai rappresentanti dell’AIIOA e successivamente prepararono una proposta di progetto per l’organo decisionale del Ministero degli Esteri, incentrata su una linea di credito a tasso molto agevolato per le banche di secondo livello (che in questo modo avrebbero potuto rifinanziarsi per i crediti concessi, e un piccolo fondo di garanzia che avrebbe dovuto rendere possibile l’accesso al finanziamento bancario anche a quelle aziende che avendo perso tutto non avevano garanzie da prestare alle banche). Il modello copia e incolla era quello di una analoga operazione di cooperazione precedentemente realizzata in Egitto.
Gia’ allora i vari funzionari della Cooperazione non nascondevano il loro fastidio per dover prevedere un progetto che finanziasse la presenza delle aziende italiane, perche’ secondo loro i fondi della Cooperazione erano “soldi per gli albanesi, non per gli italiani”. Ovviamente erano cosi abituati a veder sparire nel nulla i soldi dei loro progetti, e cosi’ abituati alla lottizzazione politica dei fondi alle varie ONG retrobottega dei partiti, che non hanno nemmeno per un secondo pensato che le aziende italiane con i loro investimenti potessero anche dare sviluppo all’Albania e lavoro ai cittadini albanesi. In sostanza tutto il meccanismo della Cooperazione allo Sviluppo era suddiviso in due grandi settori, progetti infrastrutturali da far eseguire lucrosamente alle grandi imprese, e progetti di carita’ e propaganda a pioggia da far eseguire (altrettanto lucrosamente) al sempre piu’ affamato “terzo settore”: l’idea che tali fondi, sempre inferiori agli appetiti, dovessero essere divisi anche per consentire l’accesso al credito di imprese manifatturiere private di capitale italiano (molte delle quali gia’ dimostratesi capaci di provvedere per molti anni occupazione stabile, assicurata e qualificata a tantissimi cittadini albanesi) era vissuto come un affronto al militante sentimento antindustriale e anticapitalistico che animava l’ambiente.
La sopravvenuta crisi della guerra del Kosovo blocco’ tutto per un lungo periodo, ma quando al Ministro Dini succedette prima Ruggiero, e pochi mesi dopo Berlusconi, avvenne il fattaccio: quello che era stato concepito e presentato come un progetto per le imprese italiane in Albania, divenne in silenzio un progetto per finanziare esclusivamente le imprese albanesi, insegnando al contempo al governo albanese la strada dell’intermediazione politica (e relativo controllo politico) del credito all’impresa.
La prima traccia ufficiale del progetto per il finanziamento delle PMI si trova nell’accordo bilaterale di Cooperazione del 9 aprile del 2002 come progetto dedicato “al rafforzamento e lo sviluppo delle PMI albanesi”, anche se nelle comunicazioni con gli imprenditori italiani in Albania i funzionari del Ministero degli Esteri continuarono a sostenere che i 27,5 milioni di euro sarebbero serviti a finanziare “le PMI in genere”, evitando di specificare che linea di credito e fondo di garanzia sarebbero state riservate alle imprese di proprieta’ albanese. E gli imprenditori italiani continuarono a crederci e, su istigazione dell’Ambasciata, a sollecitare, in ogni possibile confronto con i politici italiani, l’accelerazione della procedura.
Nel 2004 – 2006 il dossier viene affidato per una valutazione all’International Management Group, una curiosa struttura paramilitare costituita a suo tempo da ufficiali e genieri della Nato per valutare i danni alle abitazioni civili dopo la guerra di Bosnia, che ottiene dal Ministero degli Esteri Italiano (sotto i ministri Frattini e Fini) per questo lavoro di coordinamento e valutazione (di vari altri progetti di cooperazione in vari paesi beneficiari) circa 45 milioni di euro in tre anni. Tra i progetti che poi crearono molte discussioni con il sopravvenuto governo di sinistra c’era pure un fondo di 20 milioni di euro per costruire a Tirana l’ospedale dell’IDI (Nostra Signora del Buon Consiglio), un ente di diritto privato legato alla chiesa poi clamorosamente fallito con grandi ammanchi di cassa, la cui storia, anche quella affidata alla valutazione di IMG, si intreccio’ malauguratamente con quella della linea di credito per le imprese in Albania. In ogni caso l’IMG approvo’ il progetto per le PMI, anzi nel 2005 lo replico’ pure in Serbia con un fondo di 33 milioni di Euro.
Solo nell’Accordo di Programma del 21 giugno 2005 il progetto prende corpo, e vengono stanziati i 27,5 milioni di costo complessivo, che verranno accresciuti nel 2007 di quasi 1,8 milioni di euro destinati all’Assistenza Tecnica da fornire al Ministero dell’Economia albanese per costituire lo steering committee misto che dovra’ valutare l’ammissibilita’ dei progetti e per assistere la creazione del Fondo di Garanzia.
In quell’occasione si sarebbe gia’ potuto capire che non c’era alcuno spazio per le imprese italiane, ma la verita’ viene a galla solo nel 2008 quando il Progetto prende corpo e visibilita’, e diventa ufficiale che fra i requisiti della ammissibilita’ c’e’ anche quello che le PMI devono essere per almeno il 51% di capitale albanese.
Solo nel 2008 vengono erogati i primi 5 milioni, mentre negli anni successivi fino al 2012 si e’ erogato tutto l’importo, concesso per un periodo di 38 anni (di cui 18 anni di grazia) al tasso dello 0,0%. Le banche di secondo livello albanesi potranno utilizzare piu’ volte i soldi, che quando verranno ripagati saranno accreditati in un fondo di rotazione.
Con un simile tasso di interesse il governo italiano avrebbe ben potuto chiedere (o pretendere) dal governo albanese che anche le aziende di capitale italiano (magari anche solo quelle danneggiate nel 1997) potessero accedere al finanziamento, ma evidentemente gli uffici preposti hanno ritenuto di non farlo.
Cosi’, partendo da una necessita’ quasi tragica, da una idea conseguente, e infine da una continua azione di lobbing da parte dell’Associazione Imprenditori Italiani Operanti in Albania (poi diventata la fallimentare ed ossequiente Camera di Commercio Italiana in Albania) i furbetti del Ministero degli Esteri e della Cooperazione allo Sviluppo hanno celebrato il loro trionfo antinazionale, mentre i vari governanti albanesi si divertivano ad approvare pratiche per i loro amici.
Sui siti dell’ambasciata si puo’ leggere che finora sono stati approvati almeno 109 progetti e qualche garanzia (che infatti agli albanesi non serve, perche’ hanno sempre almeno un terreno agricolo sopravvalutato da mettere in garanzia), ma non e’ stato possibile trovare un elenco completo dei soggetti finanziati: al massimo viene citato per nome solo qualche caso di successo in occasione della visita celebrativa dell’Ambasciatore Italiano.
Presto si scopre che tutto quello sforzo non serve a molto, perche’ le banche preferiscono utilizzare i propri soldi anziche’ la linea di credito, sia per non attendere le lente valutazioni dell’apposito comitato, sia perche’ in quel modo il cliente non deve sottostare a nessun vincolo, sia perche’ dopo la crisi finanziaria la liquidita’ del sistema bancario albanese e’ diventata abbondante e il costo della provvista sempre piu’ basso.
Ma i mediocri sono sempre in agguato, ed ecco che a valere sull’accordo di cooperazione 2010 - 2012, viene firmato dall’Ambasciatore Gaiani nel marzo 2013 un ulteriore finanziamento per le PMI per altri 15 milioni di euro, praticamente un rifinanziamento del PRODAPS con l’innovazione di 780.000 euro di assistenze tecniche a dono a beneficio di Camere di Commercio ed associazioni di imprenditori locali, per di piu’ gestita direttamente dal governo albanese.
Questi ulteriori 15 milioni di euro, firmati nel 2013, secondo il sito dell’Agenzia della Cooperazione allo Sviluppo ancora oggi non sono disponibili, perche’ il programma e’ ancora “in fase di avvio”.
Un vero assurdo, sia nei tempi che nelle modalita’, perche’ gia’ nel 2013 le banche albanesi non sapevano a chi prestare i loro soldi, e non avevano certo bisogno di quelli italiani; da allora ad oggi le banche sono state sempre in continuo “deleverage”, e di 100 euro raccolti ne impiegano al massimo 52, perche’ non trovano aziende finanziabili.
Ma i generosi diplomatici italiani non demordono, e nel dicembre 2014 in un ulteriore accordo di cooperazione bilaterale sempre a firma dell’Ambasciatore Gaiani, prevedono altri 20 milioni di euro sul tema PMI, ma i dettagli di questo ulteriore finanziamento non sono ancora noti.
E con questi arriviamo nel giro di soli 10 anni ad un totale di circa 66 milioni di euro del contribuente italiano destinati alle PMI degli amici dei governanti albanesi. E a questi rischiano di aggiungersi presto altre decine di milioni, generati dalla cessione allo stato italiano dei crediti incagliati di Veneto Banka Albania, questi ultimi pero’ finiti nelle tasche anche dagli amici dei governanti italiani, o meglio di frequentatori abituali dell’Ambasciata Italiana a Tirana.
Ma questa e’ un’altra storia . . . per gli imprenditori italiani onesti e capaci, se ancora ce ne sono, continua a non esserci niente, e per le loro imprese, che realizzano quasi un terzo dell’occupazione privata e dell’esportazione albanese, ci sono solo controlli fiscali.
