Martedi la Commissione Europea ha pubblicato il Rapporto sul Progresso per l'Albania. In un articolo di ieri ho fatto i miei commenti per il rapporto, dove ho accennato che il rapporto assomiglia di piu’ ad un materiale propagandistico del governo Rama che ad un materiale che si basa sui fatti, sui quali possano basarsi le giuste decisioni del Parlamento Europeo e della Commissione.
Oggi voglio analizare il caso piu’ ampio dell'allargamento della UE e il processo d'adesione alla UE, nel quale attualmente sono stati inclusi i paesi dei Balcani Occidentali, inclusa l'Albania.
Attualmente, la UE si sta imbattendo in un dilemma difficile, il quale si puo' notare durante uno scambio di battute tra il Presidente francese Emmanuel Macron e il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. In un discorso al Parlamento Europeo, il presidente francese sostiene che:
“Io sosterro’ un allargamento solo dopo avere avuto un'approfondimento e una riforma della nostra Europa.[...] Io non voglio i Balcani che si rivolgono alla Turchia o alla Russia, ma non voglio un'Europa che, funzionando oggi con difficolta' con 28 stati e domani con 27 stati, possa decidere che possiamo continuare a funzionare, aumentando domani a 30 o 32 stati, e con le stesse regole.”
In risposta a questo il Presidente Juncker ha dichiarato:
“se togliamo a questi paesi (in questa regione estremamente complicata, anzi tragica, devo dire) la prospettiva europea, noi passeremo di nuovo quello che abbiamo passato nel 1990 [...] io non voglio il ritorno alla guerra dei Balcani Occidentali”.
L`idea di Macron e’ che la UE entri in un processo di riforme, in un “nuovo progetto” per la UE, prima che si impegni nei prossimi allargamenti. Il suo unico argomento e’ che solo attraveso questa riforma, la UE sara' in grado di respingere l'aumento dei nazionalisti nei paesi della UE, come l'Ungheria e la Polonia, e la crescita dell'estrema destra in Italia, Germania, Olanda e Francia, alimentata dai sentimenti anti UE. Ma il costo per entrare in questo processo di riforma sarebbe la sospensione del processo di allargamento fino ad un ulteriore avviso, distruggendo le speranze dei paesi dei Balcani Occidentali di essere ammessi entro il prossimo decennio, con il rischio della crescita dei nazionalismi nei Balcani Occidentali, per di piu' all'interno dei confini europei, come una reazione contro il blocco dell'allargamento.
Tuttavia, il dilemma sta non solo nella decisione collegata alla riforma della UE e al congelamento del processo dell'allargamento, il dilemma ha a che fare con il processo stesso dell'allargamento.
Attualmente, il processo dell'allargamento della UE e' controllato dal ramo esecutivo della governance della UE, la Commissione Europea (CE), con pochi contributi dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo. Per questo il processo dell'accoglienza nella UE si percepisce e si misura piu' che altro come un processo di armonizzazione della legislazione albanese con quella (acquis communautaire) della UE, armonizzazione negoziata tra il governo candidato e i funzionari UE (non scelti della Commissione), rappresentati nel nostro caso dall'ambasciatore della UE in Albania.
L'enfasi sulle iniziative legislative promosse dal ramo esecutivo, invece di creare un ampio supporto civico e promuovere la comprensione del processo dell'integrazione nella UE, dentro e fuori dalla UE, infatti porta, involontariamente ma precisamente, a quella spece di politica da cui mette in guardia Macron: ai sistemi autoritari, controllati dall'esecutivo. Con altre parole, la struttura delle politiche dell'allargamento ironicamente produce esattamente quei governi con metodi che contrastano con i valori primari della UE.
Visto da questa luce, l'appello di Macron per la riforma della UE e' comprensibile. Tuttavia, una vera riforma della UE, su basi ampie e democratiche, influirebbe necessariamente sull'essenza del processo dell'allargamento, rendendo l'accettazione potenzialmente molto piu’ difficile: invece di un facile adempimento di una lista di leggi armonizzate, il processo di adesione dovrebbe includere un cambiamento profondo della mentalita' sociale e politica. Quindi, anche se non congelasse l'allargamento, la riforma della UE, com'e' stata proposta da Macron (tuttavia complessa e non troppo chiara), minaccia alla radice l'attuale sistema dell'allargamento.
Ed e' per questo che non c'e' da sorprendersi quando Junker minaccia con l'iperbole del ritorno delle guerre. La riforma della UE non solo minaccera il potere straordinario che lui e i suoi commissari hanno sui governi dei paesi candidati, ma nella sua forma ideale, la riforma metterebbe la macchina burocratica della UE sotto la piena supervisione di enti scelti della UE, come il Parlamento Europeo. La sua minaccia con il “ritorno della guerra” non e’ solo un gesto retorico, tramite il quale lui mira a proteggere il "progresso inevitabile" del processo dell'allargamento: il processo dell'allargamento in se e’ infatti uno dei simboli piu’ importanti del grande potere, relativamente non controllato, che ha oggi la Commissione Europea.
L'espansione della UE si basa su un potere esecutivo forte e potente, sia dentro la UE che sullo stato candidato, e ogni vera riforma minaccerebbe questo equilibro unilaterale del potere.
Nello stesso tempo, Junker ha ragione quando mette in risalto che il congelamento in maniera chiara del processo dell'allargamento agli stati dei Balcani Occidentali avrebbe delle gravi conseguenze, specialmente in Albania. Il 96% degli albanesi credono nella UE, la percentuale piu’ alta di tutti i paesi Europei.
La politica nazionale albanese sin dal 1991 e’ stata costruita sulla promessa dell'integrazione europea. Questa e’ l`unico punto dove i partiti politici concordano, e questa si percepisce come un fatto assoluto che condiziona ogni considerazione politica. Di conseguenza, la discussione politica albanese e’ molto povera, come in nessun altro posto. Ogni questione riferita al governo, in sostanza, si basa sulla domanda “ ci portera piu’ vicino all`Europa?” il dibattito politico si sviluppa solo lungo questo asse, e gli altri argomenti come sovranita', beni pubblici, politiche di buona economia, e “altre priorita’ non-chiave”, passano in secondo piano. L`UE e’ una dei due fattori politici piu’ decisivi in Albania.
Se la prospettiva dell'adesione alla UE sparisse, resterebbe solo un'altra cosa: il crimine organizzato. In questo caso, anche in mancanza di un ambasciatore della UE che serva come un sostegno del governo dandogli un lustro di scopo e di direzione, il governo perderebbe tutta la sua legittimità, perche' sarebbe incapace di realizzare qualche miglioramento concreto per i cittadini: una gran parte dei servizi e stata data in concessione dal governo attuale di Edi Rama e allo stato sono rimasti solo pochi strumenti. Davanti alla delusione totale, la popolazione albanese si rivolterebbe contro tutto il sistema politico, il quale si trasformerebbe, di conseguenza, in un sistema totalmente clientelare, finanziato dall'attivita criminale.
Esattamente questo scenario, e non la guerra, dovrebbe essere lo scenario piu’ realista per il futuro, se l'UE dovesse sospendere chiaramente il processo dell'allargamento. Allo stesso tempo, ogni riforma della UE sicuramente cambiera’ gli scopi e le procedure del suo allargamento, rendendo piu’ dificile per l'Albania l'adesione alla UE.
La riforma della UE porta ad una minaccia esistenziale per la stessa UE e, nel breve periodo, seri rischi per la destabilizzazione della sua periferia, e potenzialmente esclude l'opportunità dell'allargamento per un periodo determinato. Tuttavia, la sua mancata riforma continuera' a seminare il cattivo seme del nazionalismo e dell'autoritarismo, sia dentro la UE, che nei paesi candidati. In queste condizioni, non ha buone alternative, ma ha solo un scelta giusta.
