Cade in questi giorni l’anniversario della tragedia di Marcinelle, in cui nel 1956 persero la vita tanti emigranti italiani, mandati in cambio di carbone dal governo italiano a fare i minatori nelle miniere di carbone del Belgio.
Un incidente scateno’ un incendio dentro alla miniera che scendeva nelle viscere della terra per oltre 1.000 metri, rendendo di fatto impossibile l’accesso dei soccorsi e la necessaria ventilazione anche degli ambienti non ancora raggiunti dalle fiamme. In quel momento dentro alla miniera lavoravano 275 persone, solo 13 riuscirono a fuggire, gli altri furono recuperati ormai cadaveri due settimane dopo. 136 di loro erano italiani.
Nel 2001 la ricorrenza di Marcinelle e’ stata proclamata “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”, quindi sarebbe un po’ la giornata dell’emigrante, anche se le nostre rappresentanze diplomatiche non se ne sono mai occupate.
Come ogni altra occasione, anche questo momento di dolore e di memoria, la politica italiana ne ha approfittato per esternare sulle questioni di attualita’, e subito si sono scatenate polemiche su chi ha suggerito, come il Presidente della Repubblica Mattarella e la Presidente della Camera Boldrini, una riflessione sul fatto che anche tanti italiani in passato hanno rischiato la vita cercando una vita migliore in giro per il mondo, e subito il leader della Lega Salvini ha ritenuto offensivo confrontare quegli emigranti e lavoratori regolari morti a Marcinelle con i clandestini che sbarcano ogni giorno in Italia, andando come al solito ben oltre le reali affermazioni del Presidente.
Nessuno ha commentato invece quello che sembra oggi l’aspetto meno accettabile, che sta proprio all’origine della vicenda nel lontano giugno del 1946, e cioe’ che il governo italiano con un paese ancora segnato dalla sconfitta della seconda guerra mondiale, avendo bisogno di carbone, firmo’ un accordo con il governo belga che prevedeva lo scambio: carbone in cambio di minatori.
Al ritmo di 2.000 persone per volta i funzionari delle miniere belghe aspettavano i candidati emigranti in Svizzera appena dopo il confine italiano, li visitavano, li arruolavano e li caricavano sui treni per mandarli in Belgio, dove questi trovavano immancabilmente condizioni logistiche assai inferiori a quelle promesse dalla propaganda del governo italiano. Sedotti e abbandonati in fangose baracche.
Vista oggi, questa cosa sembra quasi surreale, il governo italiano, per avere il carbone, ha promesso di “far andare” tanti lavoratori italiani in Belgio, lasciandone la successiva cura e tutela alle istituzioni o alle aziende del Belgio, anzi inserendo nell’accordo un impegno per l’assunzione a carico delle miniere belghe di un certo numero persone (individuate dal governo italiano) che fungessero da sorveglianti sul comportamento dei minatori, prendendosi cura di garantire loro una paga dirigenziale.
Insomma, la Repubblica Italiana, proclamata da sole tre settimane, si e’ “venduta” i poveri cittadini in cambio di carbone, senza pero’ dimenticare di creare qualche opportunita’ per i suoi privilegiati.
Piu’ di 60.000 giovani italiani partirono per il Belgio con le loro famiglie, 136 ci sono morti tragicamente, molti altri ci sono rimasti per sempre.
Forse ha ragione Salvini a dire che non si puo’ confrontare l’epopea dei minatori in Belgio con le bidonville abusive di certi paesi della Capitanata, piene di africani che fanno la stagione del bracciante agricolo, ma le assonanze ci sono.
Da emigranti a nostra volta non possiamo rivolgere un pensiero a quei fatti, ricordando al contempo che anche la comunita’ italiana in Albania ha qualche morto sul lavoro lontano da casa da piangere o perlomeno da ricordare, e molti di piu’ ne ha la comunita’ albanese che ci ospita.
