Concludiamo la dissertazione iniziata nei giorni scorsi sullo straordinario approccio albanese al concetto di proprieta’ privata, analizzando come il fenomeno della vicenda del padrone del mare potrebbe essere arginato oppure sfruttato positivamente ai fini dell’interesse pubblico.
- Lo strumento adatto per il vetting degli internazionali
La necessita’ di avere un ordinamento giudiziario e un corpo di codici in grado di impedire un comportamento come quello del padrone del mare, in questi tempi di interventi internazionali sul sistema giudiziario albanese, suggerisce la possibilita’ di usare questa fattispecie proprio per fare il vetting a quei blasonati giuristi internazionali che vengono in Albania ad amministrare la riforma della giustizia. Potremmo prendere questi esperti procuratori internazionali e metterli di fronte al problema del padrone del mare; quelli che riusciranno ad incriminarlo e a farlo condannare sulla base di procedure giuridiche accettabili e in modo da non far reiterare questo atteggiamento, saranno adatti ad interagire con il nostro sistema di codici, per dare risposte a quelli che sono i nostri veri problemi sociali, gli altri potranno ritirarsi in buon ordine, prima di provocare altri danni. Il resto e’ teoria giuridica internazionale, stupido copia e incolla, abuso della credibilita’ internazionale, nulla a che vedere con la giustizia intesa come strumento di regolazione della convivenza civile.
- La necessita’ del ripristino delle punizioni corporali
Al di la del problema dell’identificazione del reato, che abbiamo visto essere piu’ complesso del previsto, rimane quello, proprio di ogni sistema giudiziario che si rispetti, di individuare una pena o una sanzione che sia atta a fungere da deterrente, in modo da scoraggiare il ripetersi o il diffondersi del reato e che sia coerente con il resto del sitema di pene in vigore. Purtroppo o per fortuna in Albania abbiamo un sistema di pene “edittali”, cioe’ per ogni definizione di reato il codice definisce il minimo e il massimo della pena che il giudice puo’ appicare, e questo per evitare abusi o pene spropositate definite in sentenze prese sotto la pressione popolare o quella politica. La pena, dicono i giuristi, deve essere proporzionata alla colpa e al danno (o l’allarme) sociale che il reato in questione genera. Forse anche per questo il reato di estorsione viene sanzionato con una condanna da due a otto anni di galera, mentre il reato di truffa deve essere sanzionato con una detenzione fino a cinque anni, il che significa che potrebbe essere anche molto meno.
In realta’ nelle carceri albanesi i detenuti che stanno scontando una pena per il reato di truffa sono poche decine, mentre i truffatori a piede libero sembrerebbero molti, ma molti di piu’, il che significa o che il reato non viene realmente perseguito o che le condanne sono mediamente molto lievi, e dopo pochi giorni i truffatori sono liberi di riprovarci. In entrambi i casi il sistema giudiziario non fornisce una prestazione adeguata ai bisogni reali della societa’ albanese, e forse, tra tante modifiche dei codici, ne andrebbe aggiunta almeno un’altra: una nuova pena per il reato di truffa che fornisca un deterrente significativo.
Purtroppo le contaminazioni internazionali hanno ormai approssimato il nostro codice con quelli europei, in questo cancellando le pene e le sanzioni piu’ efficaci che la storia e la tradizione ci hanno tramandato. Sistemi un poco primitivi ma efficaci, come le frustate o altre punizioni corporali, o il taglio della mano caro alla tradizione islamica, o l’esposizione al gabbio o al pubblico ludibrio, o altri metodi dal sicuro effetto deterrente, sono oggi considerati metodi brutali, degni di una societa’ barbara, non compatibili con le aspirazioni europee dell’Albania. Lo stesso dicasi per il lavori forzati, che in Albania sarebbero la massima tra tutte le condanne, ma secondo i consolidati principi europei il lavoro dei carcerati deve essere finalizzato al loro reinserimento nella societa’ al termine della pena e comunque retribuito a valori di mercato.
Ma il padrone del mare e’ probabilmente uno che ha passato quasi tutta la vita in cattivita’, forse anche prigioniero solo della sua e dell’altrui ignoranza, lottando aspramente per azzannare un pezzo di pane, e la prospettiva della detenzione in un carcere a standard europeo, con vitto e alloggio a spese dello stato, non lo puo’ spaventare affatto, e nemmeno produce una forma di deterrente sociale, visto che in galera potra’ incontrare (e farsi amici) personaggi importanti e influenti che poi spesso diventeranno anche importanti uomini della politica o del business, o perlomeno loro uomini di fiducia.
Insomma, l’attuale ordinamento albanese non sembra offrire strumenti giuridici adeguati per lottare un fenomeno che ancora rischia di fare molti danni all’economia e alla societa’ albanese, e se il governo volesse veramente limitare la diffusione del fenomeno dovrebbe inserire nei codici sia la definizione dello specifico reato sia delle sanzioni atipiche che possano costituire un deterrente significativo per quei soggetti che ancora praticano questo tipo di intimidazione basato sul concetto di proprieta’ illimitata, ad esempio confische del bene che genera le indebite pretese o altri provvedimenti patrimoniali di simile natura.
- Impossibile investire nel turismo, o in altra attivita’ legate al real estate
La necessita’ di intervenire sul tema e’ evidenziata dalle continue difficolta’ incontrate dagli investitori stranieri, in particolare per gli investimenti con finalita’ turistiche, dove lo stato di fatto premia il comportamento parassitario e la proprieta’ infruttifera, anche a scopo di tesaurizzazione, mentre l’installazione di attivita’ capaci di creare dei flussi di cassa tali da sostenere l’economia e gli oneri fiscali e’ costantemente scoraggiata dall’alto prezzo dei terreni e dalla elevata conflittualita’ sulla proprieta’.
- La tassazione catastale come prova ineludibile della proprieta’
L’unico vero approccio preventivo agli abusi sociali sul concetto di proprieta’ potrebbe essere una adeguata tassazione catastale annuale, accompagnata dalla pubblicita’ integrale del catasto e dell’avvenuto pagamento della relativa tassa annuale. La tassa andrebbe modulata anno dopo anno in modo da trovare il punto di equilibrio, quello cioe’ che quasi costringe i proprietari a disfarsi delle proprieta’ non fruttifere o non realmente utilizzate, ma comunque pesantemente tassate. Il pagamento della tassa catastale dovrebbe essere considerato propedeutico ad ogni rivendicazione del diritto di proprieta’, fino a renderlo non tutelato e non esercitabile, e soprattutto non opponibile ai terzi in caso di mancato pagamento. Questo garantirebbe un gettito stabile alle finanze pubbliche, ridurrebbe il prezzo di mercato degli immobili, conterrebbe le inutili costruzioni speculative che oggi attentano i luoghi migliori dell’Albania, limiterebbe le speculazioni in genere e soprattutto ridurrebbe i conflitti sulla proprieta’ che ancora oggi dominano la cronaca nera albanese. Infine una prudente esenzione per la casa di reale abitazione, meglio se limitata ad un valore congruo, potrebbe evitare danni sociali.
- La PPP del panorama
L’idea di essere proprietari del diritto di immagine del mare non deve affatto essere considerata un ragionamento da primitivi, anzi, secondo i celebrati principi economici dell’attuale governo albanese, e’ un approccio moderno allo sviluppo dell’economia.
Una Parntership Pubblico Privata a trattativa riservata potrebbe consentire ad un buon amico del governo di sfruttare economicamente per parecchi anni il desiderio di sposini (e di turisti in genere) di fare una foto ricordo, valorizzando economicamente una risorsa pubblica finora non sfruttata.
Forse il padrone del mare ha pure ottenuto la concessione, ma per ovvi motivi di privacy il governo non ritiene di publicarne il contratto.
- Un lessico che tradisce la realta’
Nelle tante contraddizioni del sistema economico albanese, una emerge direttamente dal lessico di tutti i giorni: spesso in Albania si usa dire che le NGO investono o devono investire su un determinato tema, dove si confonde il significato di “donare” con quello di “investire”. Un investitore e’ un soggetto che mette soldi in una attivita’ o in un bene attendendosi un ritorno economico, un flusso di cassa o una rivalutazione del bene che consenta di rivenderlo ad un valore superiore.
Grazie alle distorsioni del sistema, volute e coltivate, come quella evidenziata dalla storia del padrone del mare, in Albania finora le grandi NGO (grandi organizzazioni internazionali non governative) come banche e altre imprese che operano in settori regolamentati come telefonia, ecc investono e fanno profitti appoggiandosi allo stato, mentre i piccoli e medi investitori, stranieri o albanesi che siano, vessati e trascurati dallo stato, realmente solo “donano”.
Sulla base della stessa dissociazione logica, un “pronar” possiede, domina, usa il diritto di proprieta’ inteso come godimento del bene, mentre il proprietario formale (come spesso capita ai piu’ deboli e a molti stranieri, deboli in quanto tali) solo e’ intestatario formale del bene, anche se a volte lo ha addirittura pagato.
Questo spiega anche quanto sottili, navigati e pragmatici siano gli anglosassoni con la loro definizione di “beneficial owner” in uso in tutta la normativa internazionale antiriciclaggio: non importa a chi e’ intestato un bene, importa chi ne dispone realmente.
Anche per questo il padrone del mare non si rivolge al catasto, che a lui non serve proprio, il suo diritto e’ figlio della forza, direttamente e naturalmente. Come il diritto internazionale.
