La riforma della giustizia acclamata come la panacea di tutti i mali albanesi, e il conseguente “vetting”, ormai diventato una moda contagiosa che si allarga dai giudici ai poliziotti, per passare ai terreni sulla costa e presto anche ad altre categorie albanesi, stanno cominciando a mostrare la loro vera e disastrosa natura.
La notizia e’ che la Procura dei Crimini Gravi, quella che finora ha indagato (a volte anche con discreto successo) su tutti i reati di traffico di droga, ha dichiarato la sua incompetenza su molte decine di dossier inerenti alle principali indagini aperte sul narcotraffico, inviando i relativi incartamenti alle Procure territoriali di competenza. Exit.al ha ripetutamente denunciato che questo fenomeno sarebbe accaduto, senza che nessuna voce internazionale abbia ritenuto degno di nota l’argomento.
Il fatto e’ che con la tanto acclamata Riforma della Giustizia, una norma contenuta nelle modifiche al Codice di Procedura Penale (una di quelle leggi approvate a maggioranza senza averle discusse con l’opposizione e in aperta violazione degli impegni politici assunti di fronte ai soliti inviati internazionali) stabilisce che tutti i reati che non sono di corruzione o perpetrati da un “gruppo strutturato criminale”, sono di competenza delle procure locali, mentre una superprocura nazionale dovrebbe occuparsi dei reati di corruzione (ma non di quelli di abuso di ufficio).
Nel frattempo la Procura dei Crimini Gravi, che da piu’ di dieci anni sta faticosamente imparando a destreggiarsi tra intercettazioni ambientali, rogatorie, indagini internazionali, estradizioni, scambi di elementi di indagine con le procure straniere e cosi via, viene di fatto soppressa da una Riforma della Giustizia entrata in vigore prima ancora di aver potuto creare gli organismi necessari.
In conseguenza di questo le Procure locali si trovano oggi ad avere una automatica “competenza territoriale” senza peraltro avere, ne’ gli organici, ne’ la competenza professionale necessaria al contrasto del narcotraffico, che quasi mai viene classificato come operato da un “gruppo strutturato criminale” perche’ la definizione dello stesso prevede obbligatoriamente la ripetizione dello stesso reato da parte di tre o piu’ persone in associazione tra loro, e la giurisprudenza albanese dice che questo reato viene contestato dalle Procure albanesi in meno di una decina di casi all’anno, e ovviamente non sempre con successo in tribunale, visto che sia i giudici che gli avvocati riescono facilmente a contestare l’esistenza della ripetizione del reato, con il rischio del proscioglimento diretto degli imputati.
L’esempio piu’ evidente e’ il fascicolo sui 615 chili di cocaina provenienti dalla Colombia nascosti dentro un container carico di banane e sequestrati a Maminas poche settimane fa’.
Un carico di droga di tale entita’ (secondo la polizia 180 milioni di dollari) richiede evidentemente, oltre alle coperture politiche, un gruppo di solidi finanziatori e varie catene di distribuzione e spaccio, e per questo dovrebbe facilmente essere contestato agli imputati il reato di “gruppo strutturato criminale”, ma la realta’ e’ molto diversa. Infatti a oggi per quella vicenda risultano indagati solo il proprietario e l’amministratore della societa’ destinataria delle banane e un misero autista, dedito al rimorchio dei container dal porto alle aziende, che molto probabilmente e’ rimasto coinvolto solo per una casualita’ a lui sfavorevole, e questo gia’ esclude uno dei due elementi obbligatori per contestare il gruppo strutturato criminale, mentre anche il secondo elemento sarebbe verificato solo se si sapesse di un altro container contenente droga e trafficato dalle stesse persone; non importa che la droga fosse impacchettata ed etichettata con numerosi contrassegni diversi, e non importa nemmeno che lo stesso importatore sarebbe stato segnalato in passato per un crimine analogo forse commesso in Sud America, le carte non sono mai arrivate, quindi la prova e’ evidentemente insussistente.
Cosi il fascicolo sui 615 chili di cocaina viene trasferito a quella Procura di Durazzo che, oltre a non aver molta esperienza di indagini internazionali, non ha nemmeno mai visto che cosa succedeva attorno a se, ed e’ retta da un Procuratore gia’ chiacchierato anche se appena comandato da un Procuratore Generale Temporaneo imposto politicamente.
Il dossier delle banane presto verra’ dimenticato, perso in una palude di incompetenze e di poca volonta’, ma con la piena soddisfazione di quei tanti personaggi, sicuramente vicini alla politica, che hanno finanziato, gestito e protetto l’acquisto e il trasporto di quella droga.
Chi invece perde tutta la sua credibilita’ e’ una riforma avvelenata fin dall’inizio dalla dichiarata volonta’ del governo socialista di imporla a maggioranza, disperatamente sostenuta da un “gruppo strutturato diplomatico”, oggi evidentemente sempre piu’ delegittimato e sputtanato, ma che e’ riuscito, nella sua assoluta autoreferenzialita’, ad imporre e a sostenere di fronte al mondo intero, sia una riforma volutamente sbagliata, sia il gruppo criminale che la sbandierava come una clava contro una opposizione peraltro non del tutto incolpevole.
Ora la dimensione del disastro e’ sotto gli occhi di chiunque voglia vederlo, la giustizia albanese e’ sostanzialmente bloccata e ancora meno credibile di prima, molti processi non potranno essere celebrati per anni pena l’annullamento successivo, mentre una fasulla caccia al narcotrafficante arresta piu’ gommoni che esseri umani.
Ma se fino a ieri si poteva almeno sperare nell’intervento di qualche organismo internazionale, di qualche ambasciata, di qualche governo veramente amico, oggi agli occhi del popolo albanese, che conosce perfettamente la vera natura della sua leadership politica, tutte le ambasciate sembrano o volutamente ignave o addirittura complici dei narcotrafficanti, e con esse forse pure i loro governi che continuano a fingere di non sapere.
L’unica consolazione, o meglio l’unico alibi, e’ che gli albanesi vogliono sempre di piu’ andare in Europa o in America, ma adesso l’America, l’Europa e tutti i suoi membri, non sono piu’ la scialuppa per il salvataggio collettivo, sono solo le destinazioni per salvarsi individualmente.
Come per gli africani, i siriani e gli afgani.
