In questi giorni i media albanesi sono pieni di titoli sulla storia della “illegittima” estradizione di Nazer Seiti, il contabile della banda degli Habilaj (famosi per essere cugini del ex-ministro degli interni Saimir Tahiri, con il quale condividevano una vettura e molti viaggi all’estero).
La storia, come spesso accade, e’ confusa, e soprattutto difficile da comprendere per una logica “non balcanica”, ma cercheremo di dare una mano ai nostri lettori, riassumendo i punti salienti.
Il 12 ottobre 2017 la Procura di Catania emette vari mandati di arresto per una lunga e importante indagine su un gruppo di albanesi che riforniva di marjuana la provincia di Catania, tra cui il cugino dell’ex-Ministro degli Interni Saimir Tahiri, ma il presunto contabile del gruppo, Nazer Seiti, e’ in Albania e viene arrestato a Valona dalla procura dei Crimini Gravi solo il 19 ottobre, nell’ambito di un’altra indagine aperta sulla base delle notizie provenienti dall’Italia.
Le procedure per gli ordini di cattura internazionali prevedono che l’arresto venga convalidato dal tribunale competente sulla base dei documenti che devono arrivare entro 40 giorni dall’ufficio che ha chiesto l’arresto, in questo caso la Procura di Catania; tali documenti devono arrivare per le vie diplomatiche al Ministero della Giustizia e devono essere tradotti in albanese per essere valutati nel processo. Ma la convenzione europea sulle estradizioni stabilisce anche che l’estradizione si puo’ non eseguire fino a che l’arrestato e’ sottoposto a indagini nel paese in cui viene arrestato.
Non si sa come, il processo di convalida dell’estradizione viene celebrato dalla Procura e dal Tribunale (ordinario) di Tirana che ignorando (o fingendo di ignorare, visto che la notizia dell’indagine della Procura dei Crimini Gravi e’ stata commentata da tutti i media albanesi per giorni di fila) l’indagine dell’altra Procura, decide di concedere l’estradizione.
A questo punto la sentenza viene trasmessa al Ministero per l’invio in Italia, il Ministro firma, e l’indagato, nonostante la direzione del carcere fosse stata avvertita che non si poteva estradare perche’ indagato in altro procedimento, viene urgentemente prelevato da due poliziotti italiani arrivati appositamente dall’Italia, caricato su un aereo, e portato in Italia.
Ma qualcuno non ci sta, e monta una polemica in cui si accusa il Ministro Gjonaj di aver favorito una estradizione illegittima per allontanare dall’Albania, e soprattutto dai procuratori dei Crimini Gravi, un possibile testimone molto pericoloso che, se avesse scelto di collaborare con la giustizia albanese, avrebbe potuto rivelare nomi di politici coinvolti, in particolare quello dell’ex-ministro Tahiri.
La cosa grottesca di tale accusa e’ che, per avere una consistenza logica, sottintende che la giustizia italiana, per salvare il governo albanese da una inevitabile crisi, potrebbe nascondere tali eventuali prove.
Solo poche settimane prima la Procura di Catania, che aveva effettuato le indagini su Habilaj e registrato nei verbali alcune intercettazioni riferite al ex-ministro Tahiri, era applaudita come il baluardo della lotta contro la criminalita’ albanese e considerata come l’unico punto di riferimento dell’intera opposizione albanese, e tutta l’Albania pendeva dalle attese rivelazioni che sarebbero dovute arrivare dall’Italia, mentre adesso la stessa opposizione, trascinata dal furore contro il governo, accusava, sia pure indirettamente e con qualche imbarazzo, gli italiani di voler insabbiare l’indagine, una indagine che, e’ doveroso ricordarlo, mai sarebbe iniziata in Albania senza le notizie rivelate dall’indagine italiana.
Nel frattempo la solerte Procuratrice Generale Temporanea, appena eletta tra grandi polemiche con i soli voti della maggioranza, dispone una indagine sulla procedura di estradizione e sospende quattro tra procuratori e giudici, colpevoli di non aver accertato l’esistenza di altre indagini, e disponendo una commissione che valuti come impedire che questo accada di nuovo. In questo modo anche la Procura Generale, pur scaricando la colpa sui giudici del Tribunale di Tirana, ammette di fatto che la legge non e’ stata rispettata.
Ma questo non basta per smorzare le polemiche, e con esse le velate accuse “agli italiani” di poter essere complici di un tentato insabbiamento a fini politici, quando arriva la provvidenziale notizia di una dichiarazione del Ministro della Giustizia Italiano Andrea Orlando che ringrazia “le autorita’ albanesi, le quali hanno dato tempestivamente seguito alla richiesta di estradizione” e inserisce una non necessaria attestazione, presumibilmente richiesta dalla controparte albanese, sulla regolarita’ della procedura affermando che “La consegna da’ coerente seguito agli impegni internazionali che vincolano le autorita’ italiane e albanesi, alla stregua della Convenzione Europea sull’estradizione del 13.12.1957 e dell’Accordo Bilaterale firmato a Tirana il 03.12.2007”.
Curiosamente la nota appare sul sito del Ministero della Giustizia Italiano solo dopo le richieste di chiarimento, prima verbali all’Ambasciata Italiana a Tirana, poi scritte al Ministero italiano, da parte della redazione di exit.al, che non riusciva a trovare la fonte primaria e in italiano di una dichiarazione di un ministro italiano diffusa solo in lingua albanese da alcuni media locali. Insomma, si e’ evidentemente trattato di una “cortesia istituzionale”, peraltro non insolita, arrangiata in famiglia tra ambasciata e ministero, per mettere in condizione la ministra Gjonaj di andare in televisione da Blendi Fevziu e smorzare le polemiche. E il fatto che il consigliere diplomatico del ministro della Giustizia sia casualmente la moglie dell’Ambasciatore italiano a Tirana certamente non aiuta a smentire questa ipotesi.
Ma la Convenzione Europea del 57, nel suo art. 19, dice che l’estradizione (o meglio, la consegna dell’estradato), dopo essere stata decisa, puo’ essere sospesa dalla parte richiesta fino al termine di contemporanei procedimenti o indagini nel paese richiesto, mentre l’Accordo Bilaterale definbisce solo tra quali uffici devono essere scambiate le comunicazioni. La sospensione, a meno di norme albanesi piu’ restrittive, era quindi una facolta’ del Ministro Gjonaj e che il Ministro ha ritenuto di non applicare, cercando pero’ di non assumersene la responsabilita’, prima nascondendosi tra le carte, poi incolpando i giudici di Tirana di scarsa attenzione, quando lei, con la sua autorita’, poteva semplicemente decidere di si o di no, ma in questo caso avrebbe dovuto spiegare perche’.
In sostanza tutto questo smentire non fa’ che rinforzare le accuse dell’opposizione che il governo albanese ha “voluto” estradare urgentemente il Seiti per sottrarlo alla Procura dei Crimini Gravi.
Purtroppo anche questa “cortesia istituzionale” italiana dimostra ancora una volta la priorita’ seguita da anni dalle autorita’ diplomatiche italiane in tutta la poliennale vicenda Cannabis – Tahiri - Habilaj: aiutare sempre e comunque il governo albanese prima ancora di tutelare l’immagine dell’Italia, che anche per questo e’ sempre meno influente e considerata in Albania, al punto di essere neanche troppo velatamente accusata di aver “coperto” a lungo, e di voler ancora “coprire”, le malefatte di Tahiri e del suo mandante Rama.
