Nelle prime 100 aziende, classificate per utili di bilancio 2016 dalla rivista Monitor, ci sono solo 6 aziende industriali, la prima, solo al 21 posto, e’ la Fabbrica di Cemento di Fushe Kruje, seguono Elka (merendine) al 29 posto, Alfa (imbottigliamento) al 35 posto, Profarma (farmaci) al 51, Coca Cola (imbottigliamento) al 61, chiude Ka Trading (assorbenti intimi) al 77 posto.
Per il resto ci sono 21 aziende nel settore costruzioni e opere pubbliche, 15 societa’ dell’energia e del petrolio, 13 grandi importatori di generi di consumo, 11 fra banche, assicurazioni e societa’ finanziarie, 8 aziende di trasporto, 5 aziende di giochi di fortuna, 5 aziende minerarie, 4 concessionari di servizi pubblici, 4 utilities pubbliche, 3 aziende di telecomunicazioni, 2 universita’ private, 2 call center, 1 televisione privata.
Le aziende di proprieta’ statale sono 8, di cui 5 nelle prime 20 posizioni.
Le prime 20 aziende per profitti 2016 includono infatti 5 aziende pubbliche, 5 costruttori, 2 banche, 2 aziende di distribuzione di prodotti petroliferi, 2 grandi concessionari di servizi (aeroporto e passaporti), 1 call center, 1 societa’ di giochi d’azzardo, 1 azienda mineraria e 1 importatore di informatica.
L’unica azienda, straniera, che non dipenda strettamente dallo stato e dalle sue autorizzazioni e’ il call center, che e’ proprio al ventesimo posto, con un utile di 5 milioni di Euro, guadagnati esportando circa 25 milioni di servizi. Le altre aziende straniere sono le banche, i concessionari e un costruttore specializzato che lavora al TAP. Di queste prime 20 aziende per utili, solo 2 esportano la loro produzione, un call center ed una azienda mineraria, cioe’ portano ricchezza nel paese, tutte le altre importano beni o producono servizi per il mercato interno.
Nessuna industria manifatturiera sta nelle prime venti classificate. E se guardiamo alla proprieta’, troviamo lo stato albanese, 6 operatori stranieri e 6 oligarchi albanesi, di cui uno con ben 3 aziende e un altro con 2.
Tra pochi anni di tutti questi stranieri rimarra’ forse solo una banca troppo grossa da comperare, gli altri termineranno il loro contratto o venderanno ad altri, probabilmente oligarchi albanesi esterovestiti per ragioni fiscali, bramosi di acquisire le loro rendite di posizione.
Anche allargando l’analisi a tutte le 100 aziende piu’ profittevoli, la desolazione non cambia. Circa un quarto delle aziende sono straniere, principalmente nel settore estrattivo e finanziario, oppure nelle concessioni di servizi pubblici e nelle telecomunicazioni, tutti settori dove la elevata necessita’ di capitale e di risorse tecnologiche ha favorito finora l’insediamento di aziende straniere.
Su 100 aziende, solo 8 esportano parte o tutto il loro prodotto/servizio: 2 call center, 3 aziende minerarie, 1 farmaceutica, 1 nel largo consumo e solo 1 nel turismo alberghiero.
La conclusione e’ che le attivita’ piu’ redditizie in Albania, quelle che hanno consentito la creazione di gruppi economici di dimensioni rilevanti, sono le concessioni dei servizi pubblici, seguono i servizi finanziari, il commercio del petrolio, il gioco d’azzardo e altri servizi, solo ultima l’industria manifatturiera o l’industria in generale, quella che invece produce per l’esportazione, che trasforma il lavoro degli albanesi in prodotti e servizi pagati dai cittadini europei.
Anche quel poco che viene esportato e' in buona parte composto da risorse non rinnovabili, come cromo e petrolio, il cui contributo alle esportazioni in caso di prezzi bassi potrebbe anche non essere un contributo positivo, ma solo una "svendita del magazzino", cioe' una monetizzazione di risorse naturali che crea una apparente ricchezza per gli operatori, ma alla quale corrisponde una diminuzione della ricchezza complessiva del paese.
Il problema qui evidenziato non e' affatto trascurabile, perche' significa che il modello di business albanese attuale e' basato su una economia predatoria, che trasforma, in un ciclo che non e' ripetibile, ricchezze della collettivita' in ricchezze private, e che collassera' al terminare dei giacimenti o a privatizzazioni ultimate, senza che il patrimonio minerario, o i servizi resi dai concessionari, siano stati trasformati in infrastrutture capaci di produrre altra ricchezza.
