"Trentamila per il ministro”, il riscatto di Dritan Zagani

exit.al 17 Tetor 2017, 22:23

Adesso il Primo Ministro dice con toni affranti di voler sapere la verita’, tutta la verita’, ma tutti sappiamo che lui la verita’ su questa storia l’ha gia’ manipolata piu’ volte, e forse sta cercando di manipolarla un’altra volta, per seppellire e lasciarsi alle spalle il suo fedele ministro, oggi piu’ che mai impresentabile.

Un ministro che cosi fedele e cosi’ amico sembrava, quando Rama sfrontatamente organizzo’ un tremendo spettacolo, davanti a centinaia di poliziotti e due ambasciatori (quello italiano e quello americano), per accusare Dritan Zagani di essere un traditore, cioe’ di aver passato informazioni al nemico. E il nemico era rappresentato da un colonnello della Guardia di Finanza, secondo Rama “anche lui compromesso con i narcotrafficanti”.

Tra gli applausi comandati dalla sala, e il silenzio e la mancanza di reazioni ufficiali dell’ambasciatore italiano che, forse per ragion di stato, lasciava linciare pubblicamente un ufficiale superiore della Finanza e con lui uno dei pochi colleghi albanesi che lo avevano aiutato nel suo pericoloso servizio, Rama deve aver pensato di essere riuscito a manipolare la verita’, e di essersi fottuto tutti, e forse da li’ ha trovato il coraggio di resistere ostinatamente ai continui suggerimenti che le varie ambasciate gli facevano di rimuovere Tahiri dal governo.

Con la baldanza arrogante di chi l’ha fatta franca, Rama andava subito a ripetere lo show, e le calunnie, nel piu’ seguito talk show. Da li’, storia finita, una nuova verita’ ufficiale era stata stabilita, e tutti dovevano crederci: i cattivi erano Zagani e il Colonnello, il buono era Tahiri e il suo cugino imprenditore che gentilmente gli aveva prestato la macchina.

La verita’, ferita quasi a morte, agonizzava dietro le quinte, mentre i riflettori omaggiavano la figura dello statista amico dei potenti, che si preparava a guidare la sua armata di governo verso la nuova gloriosa crociata della  riforma della Giustizia. Un tema decisamente adatto ai personaggi di questa storia.

Dietro alle quinte, ad agonizzare insieme alla verita’, due uomini, ricchi solo dei loro principi, cercavano di sopravvivere all’umiliazione e all’offesa.

Chi conosce Dritan Zagani lo descrive come uno mingherlino, educato, pacato, e mai arrogante, ma con lo sguardo fermo, vestito con poche migliaia di lek, e un appartamento in affitto poco sopra la soglia della miseria dove crescere le sue figlie, un tipo del tutto diverso dai soliti body guard palestrati che quando non sono in uniforme non si riesce mai a capire se sono poliziotti o banditi. E chi conosce il Colonnello, una figura quasi mitica nel suo ambiente, lo descrive quasi identico a Zagani, lungo e magro, educato e riflessivo, sicuramente piu’ distinto nell’abbigliamento, ma con lo stesso sguardo fermo.

Due servitori, ognuno del suo stato, dopo una lunga e pericolosa carriera, accusati di essere degli infami e costretti alla vergogna e al tarlo del dubbio. E con i sigilli pubblici di due governi.

Ma la verita’, anche se ferita, e’ assai dura a morire, e, anche se in Albania siamo rassegnati alle manipolazioni della storia, in Italia almeno qualcuno ancora difende l’onore del corpo di appartenenza, o almeno quello del collega ingiustamente calunniato, e cosi’ le indagini proseguono pazientemente, nuove prove vengono acquisite e catalogate, e un bel giorno, il 12 ottobre, il giorno successivo alla prima visita ufficiale del premier Rama in Italia, con un atto di 416 pagine  il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Catania, Loredana Pezzino, dispone l’arresto dell’“imprenditore” cugino di Tahiri e di molti suoi sodali, per reati associativi connessi al traffico internazionale di stupefacenti.

Per dirla in sintesi il gruppo di albanesi per anni forniva armi e droga alle famiglie mafiose di Catania e di tutta la Sicilia Orientale.

E a farlo era proprio il cugino di quel ministro degli interni albanese che  aveva fatto fuori Zagani e il Colonnello perche’ con il loro lavoro di indagine stavano mettendo a rischio i loschi traffici del cugino. E nelle tante pagine delle trascrizioni delle intercettazioni non poteva mancare la fatidica frase del trafficante albanese che dice che “questi trentamila sono per il ministro”, oppure quella  in cui dice che “il ministro guadagna cinque milioni al mese, ma per la campagna elettorale ne  servono venti”.

Oggi gli albanesi si fingono scandalizzati, ma quasi tutti sapevano gia’ tutto, che ai loro occhi era tutto molto evidente, solo che i media e le ambasciate volevano vedere un altro film.

Ma, se nella scuola del cinema americano alla fine il bene vince sempre, nella scuola mediterranea questo non sempre succede, ma almeno, alla fine, prima o poi, la verita’ viene a galla. E i cattivi ogni tanto vanno in galera.

Dalla Svizzera, dove ha richiesto e ottenuto asilo politico, Dritan Zagani si leva qualche soddisfazione su Facebook, mentre il Colonnello da qualche parte stara’ finalmente dormendo il sonno dei giusti.

Gli albanesi  invece si chiedono perche’ i suoi accusatori siano ancora nelle loro lussuose ville di Tirana mentre Zagani e’ stato ingiustamente costretto all’esilio, come tanti altri suoi concittadini costretti alla via dell’asilo politico da una colossale associazione a delinquere che condiziona il loro paese.