Mentre il Primo Ministro scrive grottesche lettere ai suoi colleghi europei i suoi funzionari di polizia di Valona (bravissimi e affidabilissimi, secondo la propaganda di allora) sono latitanti da alcuni giorni per timore delle conseguenze delle intercettazioni effettuate in Italia per il caso Habilaj.
Oltre che latitanti, oggi sono anche vanamente ricercati dalla Procura dei Crimini Gravi.
Piu’ o meno la stessa sorte di latitanza tocca ad alcuni “guerrieri” delle forze speciali albanesi, che dopo aver frequentato un addestramento in Gran Bretagna hanno disertato in cerca di un futuro migliore. I soldati dei reparti d’elite che disertano per soldi in tempo di pace non sono un gran biglietto da visita per un paese che si vanta di essere parte della Nato, se solo si pensa cosa potrebbe succedere in caso di un vero conflitto.
Ma latitante e’ anche il governo che annuncia sfracelli con fantasmagoriche operazioni di propaganza piu’ che di Polizia, e poi finisce per arrestare alcuni contadini con qualche grammo di cannabis.
E latitante e’ pure l’opposizione che non sembra in grado di articolare un ragionamento politico, ma solo di partecipare al gioco dei media (se ancora ce ne sono) annunciando scoop e dossier che poi non arrivano.
Latitante, in Albania, e’ soprattutto il diritto, prima interpretato come fosse un supermarket, e ora stravolto da arroganti semplificazioni nascoste dietro slogan e alibi di una banda di attivisti vestiti da arbitri.
Infine latitante e’ il popolo, stordito dalla propaganda, dal fumo della cannabis e dal profumo del denaro, incapace di pensare al proprio futuro e ad ipotizzare una societa’ in cui possano prosperare i propri figli.
Ma la condizione di latitanza da sempre si coniuga con quella della clandestinita’, per cui l’Albania e il suo popolo hanno convincenti tradizioni e consuetudini.
Clandestini gli albanesi lo sono da sempre, da quando non registravano la nascita dei propri figli per evitare loro l’arruolamento nelle truppe del Sultano, da quando stavano nascosti in montagna bevendo raki e raccontandosi di grandi fatti d’armi contro un occupatore che si occupava solo del fondo valle, e ancora clandestini sono stati sotto il comunismo, vivendo nell’ombra della paura, in sporadici frammenti di confessione del disagio, ma clandestino era pure l’approccio del governo comunista verso i suoi vicini, in una perenne contesa giocata piu’ sul contrabbando che sul piano politico.
Alla fine del comunismo la clandestinita’ e’ diventata esterna, quella dell’emigrante senza documenti, del lavoratore in nero nelle piccole aziende italiane o greche, oppure del piccolo criminale, dell’animale selvatico che depredava, o cercava di depredare, qualche beneficio da un mondo in cui non riusciva ad entrare. E per molti anni lo stato ha aiutato questa clandestinita’ falsificando liste di stato civile, emettendo documenti con nomi diversi, impedendo di fatto quel controllo sulla propria popolazione che ogni stato che si possa definire civile deve garantire agli altri stati, pena l’esclusione dal contesto politico internazionale.
Oggi e’ quasi tutto clandestino, dal fatturato del ristorante agli impegni serali di mogli e mariti, dal tassista abusivo al venditore di sigarette, per non parlare del giudice o dell’ispettore dell’Ufficio delle Tasse.
Ma clandestino e’ pure il governo che nasconde le cifre, i dati su cui si basano le politiche, i contratti di PPP, perfino le riforme istituzionali.
La clandestinita’ e’ diventato un tratto comune, una attitudine, in definitiva un fattore competitivo, o perlomeno di sopravvivenza.
E tanta clandestinita’ e tanta latitanza sono sempre state giustificate nella storia da invasori, tiranni, usurpatori, dalla mancanza di fiducia e di sentimento di giustizia, della consapevolezza di vivere in un contesto completamente selvatico, senza nessuna regola condivisa, come gli animali della foresta.
E nella clandestinita’ e nella latitanza abbiamo imparato anche il mimetismo, con il quale gli animali cercano di non farsi vedere dalla loro preda, mentre gli esseri umani cercano di essere percepiti come amici, come salvatori, e come portatori di rinascita.
