Inaspettatamente Visho Ajazi, il contestato capo dei servizi segreti, accusato di essere amico di Berisha, si e’ dimesso, lasciando la strada aperta per il suo vice, a suo tempo proposto da Rama, rendendo inutile, se mai ce ne fosse stata l’intenzione, ogni resistenza da parte del Presidente Meta, e un’altra pedina delle difese della cosiddetta opposizione congiunta rotola sulla scacchiera politica albanese.
Tra meno di due mesi decadra’ dall’incarico il Procuratore Generale Llalla, e Rama potra’ nominarne uno di suo esclusivo gradimento con un voto parlamentare a maggioranza semplice. A quel punto la tutela dei diritti dell’opposizione sara’ affidata solo al vetting che dovrebbe, nelle dichiarazioni piu’ che nelle intenzioni, selezionare giudici e procuratori integri e indipendenti. Ma sappiamo che l’esercizio del vetting comporta l’accesso a dati riservati prodotti dai servizi, e che questi dati potranno servire per eliminare ogni persona non gradita al governo.
A quel punto sara’ scacco matto, la resa incondizionata. Una generazione inutilmente bruciata, progetti vanificati e speranze annullate, un quarto di secolo di transizione buttato nel cesso.
Ogni possibile protezione dell’opposizione congiunta sara’ sbaragliata, e Rama avra’ in quel momento un potere quasi assoluto sul paese, come da almeno trent’anni, cioe’ dalla morte di Enver Hoxha, non si vedeva sulla scena politica albanese.
Forse non ci sara’ piu’ bisogno di banditi inopinatamente a piede libero, perche’ il lavoro sporco lo potra’ fare direttamente la Polizia, ma nessuno potra’ sentirsi sicuro.
Chiunque disturbi potra’ essere spazzato via con un ordine di Polizia, e con un ridicolo processo come quello che da anni attende Dritan Zagani o altri poliziotti non sufficientemente allineati.
La cosiddetta opposizione, sconfitta grazie agli eccessivi tatticismi, alle continue beghe interne, alla totale incapacita’ di visione e ancor piu’ di azione politica, e infine abbandonata dai suoi soldati troppo pragmatici per non fuggire in cerca di nuovi condottieri vittoriosi, ha gia’ cominciato a riposizionarsi su una strategia di non conflitto, o forse di supina acquiescenza, di “captatio benevolentiae”, sperando vigliaccamente nella clemenza e nella complicita’ dell’avversario di ieri.
“Meglio un posto al tavolo della servitu’ che uno al patibolo” - sembra essere il loro refrain - “e prima o poi verra’ il momento che Lui avra’ bisogno di me . . .”.
Una speranza vile e vana, solo una giustificazione per una sconfitta non prevista nelle sue dimensioni catastrofiche, un approccio degno di altri tempi, mai del tutto passati. Una pretesa leadership che e’ servita e serve solo a loro.
Il popolo non sta meglio, ha perso la sua speranza di costruire qui un mondo migliore, e comincia a sentire puzza di bruciato, ha perso la fiducia nei leader che lo hanno portato a questo punto, e sa gia’ cosa lo aspetta, tra una multa e una tassa, per non dire di peggio. Ma anche il popolo ricorda i tempi della dittatura e si autocensura. “Laudi partise” e’ il nuovo vecchio slogan, ancora buono per sopravvivere da servi infedeli nel ritrovato clima monista.
L’unica speranza, l’ultima attenzione e’ per le indagini della Procura di Catania, che potrebbero finalmente certificare quello che tutti sanno ma non vogliono dire, e soprattutto potrebbero far iniziare, per una volta dall’Italia, un processo che qui nessuno potrebbe fermare.
L’uomo della Provvidenza, integro, capace e incorruttibile, quello che potrebbe fare quello che gli albanesi non hanno voluto e non sono stati capaci di fare, l’uomo dell’opposizione che sbaraglia il sistema, quello che spada alla mano guidera’ il popolo all’emancipazione europea, quello che costruira’ il mondo nuovo da sempre atteso, questa volta e’ una persona di cui nessuno conosce nemmeno il nome: il procuratore di Catania.
