Pazar di Korca: l'arroganza di Rilindja Urbana vanifica una buona idea

exit.al 6 Qershor 2017, 14:58

 

Korca non e’ una citta’ come le altre, almeno in Albania.  Appena arrivi puoi notare una periferia piu’ ordinata, con quartieri che hanno una  logica urbanistica, con un regolare sviluppo di strade e marciapiedi, edifici con una distanza regolare dalle strade e dagli edifici vicini, una illuminazione pubblica regolare, una quantita’ di nuovi edifici o di edifici ben ristrutturati, una cosa normale in contrasto con tutte le altre citta’ albanesi.

Man mano che ti avvicini al centro la qualita’ delle costruzioni sorprende, come sorprende il verde pubblico e quello privato attorno alle villette degli anni 30, ancora oggi testimonianza di un’epoca felice e ricca.

Il traffico scorre senza fretta, tutti ti danno la precedenza, le strade sono proporzionate e ben collegate, nessun grattacielo e’ stato costruito in mezza alla strada, come invece continua ad avvenire a Tirana.

Nella piazza principale una assurda torre, brutta nelle forme, nelle proporzioni  e nei  colori, inutile per definizione, ha aggiunto ancora una volta la firma dell’ego incontenibile di un premier-pittore che  usa  il paese come se fosse la sua tavolozza.

Una ampia strada pedonale recentemente ristrutturata esibisce ancora una volta la  preferenza tutta albanese per la  conversazione a caffe’, dotando la citta’ di un enorme platea che sembra sproporzionata ai bisogni.

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Ma la citta’ non finisce li, poco lontano inizia il Pazar i Vjeter, il vecchio mercato, una serie di costruzioni a due piani, con il pianoterra commerciale, poste a schiera su stradine abbastanza regolari attorno ad una ampia piazza, tutto pavimentato con un selciato tradizionale, tutta roba costruita o ricostruita  negli anni ’20, con tutti i negozi muniti di chiusure in ferro lavorate artigianalmente per proteggere la vetrina.

Fino a pochi mesi fa la piazza ospitava un mercato di bancarelle che vendevano vestiti, e quasi tutti i negozi prosperavano vendendo ogni genere di mercanzia, dall’alimentare all’abbigliamento, passando per gli articoli industriali.

Era un rione di mercato tradizionale, dove da piu’ di cento anni la gente andava a cercare quello che le serviva; c’era la gente che voleva comprare e c’erano i commercianti che volevano vendere. Questo e’ esattamente un mercato: il luogo dove la domanda e l’offerta spontaneamente si incontrano.

Poi arriva la brillante idea, sull’onda delle riqualificazioni urbane tanto in voga nella  Vecchia Europa, riprese dal progetto politico di “Rilindja Urbane” (rinascimento urbano)  che mira, secondo il premier socialista Rama, a creare una situazione di confort che consenta ai cittadini albanesi di sentirsi a casa nelle loro citta’, allo scopo di forzare la creazione di un vero ceto urbano, trasformando una moltitudine di contadini inurbati in una nuova classe di cittadini, possibilmente socialisti.

E’ un progetto che scaturisce dalle idee del premier e dalle conversazioni con i suoi amici “archistar” invitati in Albania a dare suggerimenti per la trasformazione del paese, ma e’ soprattutto la riedizione “ricca e potente” dell’idea che  fece diventare Rama una star mondiale con la ripitturazione policroma delle facciate dei palazzi comunisti di Tirana durante il suo primo mandato  da sindaco.

Cosi’ questa volta non si  bada  a spese, e con piglio decisionista si decide di fare un grande intervento, ristrutturando  tutte le facciate di un intero quartiere, tetti, serramenti, illuminazione e pavimentazioni stradali inclusi. Per fare questo senza perdere tempo, tutto il quartiere  e’ stato trasformato in un cantiere finanziato dal Comune e da vari donatori internazionali, Unione Europea e Fondo Americano in testa, tutti ansiosi di mettere la propria fiema su un progetto di sicuro successo.

“Fuori tutti, che dobbiamo lavorare nel vostro interesse; paghiamo noi, voi non rompete e andate a commerciare altrove, poi vi diremo noi cosa dovrete fare con i vostri negozi.”  – pare che sia stato il reale messaggio del  sindaco ai commercianti e ai proprietari dei negozi. E a seguire  un piano  municipale che prevede praticamente solo negozi di prodotti artigianali tipici, di souvenir, di anticaglie, di qilim e altri ricami tradizionali, come  se fosse Venezia o Saint Malo, in attesa di fantomatici pullman di ricchi turisti stranieri affamati di storia e di ricordi.

Dopo due  anni di lavori la parte architettonica e’ praticamente finita, le inaugurazioni e i complimenti si  sprecano, ma i negozi sono quasi tutti vuoti, ristrutturati, belli a vedersi, ma desolantemente chiusi e vuoti.

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Adesso nella piazza e nelle stradine adiacenti ci sono soprattutto negozi con le loro serrande in ferro nere ben chiuse, macchiate dai bianchi annunci di vendita o di affitto del locale, spesso stracciati da qualche mano  occulta che evidentemente non vuole che si veda e si possa comprendere che qualcosa non ha funzionato a dovere.

Nella piazza quattro curati esercizi di ristorazione con i suggestivi (per i turisti) nomi di Koperativa, Komiteti, Kantina e Osteria, allungano i loro tavolini e le loro tende parasole sul selciato della piazza, contendendosi quei pochi  avventori che le malelingue qualificano come  dipendenti del Municipio a cui sarebbe stato ordinato di recarsi in piazza  per prendere il caffe’, giusto per animare una piazza altrimenti deserta.

In mezzo a loro qualche sparuto gruppetto di turisti stranieri in braghe corte e fotocamera, e frequenti delegazioni di diplomatici stranieri che vengono portati a visitare la piazza per chiedere loro altri soldi, altre donazioni, per altri progetti di riqualificazione urbana proposti dal Municipio. Una poco virtuosa spirale di propaganda e metapropaganda, di malafede e incomprensione, di applicazione aprioristica dei propri parametri culturali, cerca altri fondi per perpetuare l’imbroglio.

Tutti applaudono, si complimentano, fotografano, e si ripromettono nuovi finanziamenti, senza avvedersi che il pubblico e’ composto principalmente da comparse. E senza comprare nulla, che’ i turisti sono da venti  euro al giorno, pullman, albergo e pranzi inclusi.

Tutti a Korca sanno e comprendono  che il Municipio ed il Governo hanno fatto una bella cosa, ma ora i proprietari se ne approfittano e chiedono  affitti  altissimi, mentre il municipio con le sue  scelte merceologiche limita i possibili utilizzi a tipologie che non possono  permettere di pagare affitti cosi’ alti, e gli  stessi commercianti che avevano un negozio di proprieta’ adesso hanno trovato altri luoghi dove esercitare i loro commerci e considerano timorosi gli scarsi afflussi attuali della gente, e si limitano ad aspettare senza aprire i loro esercizi commerciali.

Il mercato, il “Pazar”, e’ per definizione il luogo dove si incontrano  domanda ed offerta, ma qui evidentemente non ci sono turisti a sufficenza, non c’e’ moneta locale a sufficenza, e di conseguenza non c’e’ nemmeno l’offerta di beni e servizi. E il Municipio non puo’ pensare di risolvere tutto dando semplicemente ordini a dei privati cittadini, siano essi clienti o venditori.

Il dirigismo di scuola comunista, con le regole del libero mercato, non riesce proprio a funzionare.

Si chiacchiera sottovoce di tre possibili soluzioni: la prima di esentare dalle tasse chi apre un negozio al Pazar, la seconda di fissare degli affitti massimi obbligatori da parte del municipio, la terza di tassare i negozi vuoti per costringere i proprietari ad abbassare gli affitti. Tutte e tre le soluzioni innescherebbero disuguaglianze e polemiche molto difficili da difendere giuridicamente, e ancor meno politicamente.

La spirale dell’arroganza dirigistica ha allontanato tutti, quella della incompetenza e della presunzione ha creato i presupposti, e adesso quella della diffidenza crea la suspance, ognuna giustificando le altre.

Cosi’, tra una discussione  e un commento a bassa voce, la piazza del Pazar di Korca rimane praticamente deserta, con sospette folate di pubblico in coincidenza dell’arrivo dei vari potenziali (e a volte fintamente inconsapevoli) donatori.

Per loro, “the show must go on.”